Diritti umani

Dichiarazione dei diritti del bambino



Approvata dall'ONU il 20 Novembre 1959


Ad ogni bambino va garantito:

art.1 - Il diritto all'eguaglianza senza distinzione o discriminazione di
razza, religione, origine o sesso;

art.2 - Il diritto ai mezzi che consentono lo sviluppo in modo sano e
normale sul piano fisico,
intellettuale, morale, spirituale e sociale

art.3 - Il diritto ad un nome e ad una nazionalità;

art.4 - Il diritto ad una alimentazione sana, alloggio e cure mediche;

art.5 - Il diritto a cure speciali in caso di invalidità:

art.6 - Il diritto ad amore, comprensione e protezione;

art.7 - Il diritto all'istruzione gratuita, attività ricreative e
divertimento;

art.8 - Il diritto a soccorso immediato in caso di catastrofi;

art.9 - Il diritto alla protezione contro qualsiasi forma di negligenza,
crudeltà e sfruttamento;

art.10 - Il diritto alla protezione contro qualsiasi tipo di discriminazione
ed il diritto ad un'istruzione in uno spirito d'amicizia fra i popoli, di
pace e di fratellanza






Piccoli schiavi per produrre il cacao -

Sono almeno 15mila i bambini sotto gli 11 anni che vengono trasferiti a forza dal Mali alla Costa d'Avorio. Venduti dai genitori per 30 dollari.
E sfruttati nelle piantagioni di caffè e di cacao. Sono piccoli schiavi neri venduti ad altri neri più ricchi.
Costano trenta dollari Usa l'uno e sono almeno 15mila, secondo la polizia del Mali, ma stime esatte non esistono.
Il loro unico compito è di trasportare e lavorare il cacao, per trasformare la polvere del cioccolato. E' una delle tristi storie della globalizzazione e questa volta i bianchi non c'entrano, almeno direttamente.
Ad alimentare questo esodo forzato è invece la logica del mercato del cacao, uno dei prodotti naturali più trattati nelle borse merci del mondo. La BBC conduce da mesi un'inchiesta su queste nuove forme di schiavitù nell'Africa sub-sahariana e ora ha presentato un reportage impressionante dal Mali, uno Stato stabile, ricco di turisti francesi e in decollo economico;
ma dove si vive ancora con un dollaro Usa al giorno. Il traffico dei bambini nasce da questa miseria senza uscita, ma si alimenta nella malavita locale. I bambini di Sikasso, un paesino, sono ad esempio solo nomi su un registro di scomparse.
La polizia sa per prima che sono stati rapiti ai loro genitori per 30dollari Usa. E il capo della polizia stessa ha confermato che è un'autentica tratta degli schiavi.Curiosamente la storia si ripete, perché il percorso di questi schiavi è lo stesso di secoli fa, quando finivano in America: ora vanno nella ricca Costa d'Avorio. E lì restano per portare e sgrezzare il cacao appena raccolto.Sono tenuti prigionieri in fattorie e picchiati duramente se tentano di scappare. Molti di loro sono sotto gli undici anni. I pochi dati disponibili su questo schiavismo attuale vengono dalla associazione "Save the Children Fund" che ha raccolto testimonianze su piantagioni di cacao, caffé e anche fattorie normali.Il punto di raccolta allestito per gli scampati resta però vuoto. Malick Doumbia, uno sfuggito diventato nel frattempo adulto, dice che solo in casi sporadici i bambini riescono a fuggire. Non è retorica a questo punto aggiungere che sulle confezioni di cacao o cioccolata nei supermercati non esistono informazioni sui luoghi di produzione. L'invito di Salia Kanté di "Save The Children Mali" è di fare conoscere questa realtà, così come avvenuto per i capi di abbigliamento o gli articoli sportivi in Asia. "Chi beve cacao o caffè, beve anche il loro sangue. E' il sangue di bimbi che portano sei chili di cacao in sacchi che coprono le loro spalle".
A muovere tutto è una disperata sete di denaro: tanti bambini sono in realtà venduti da parenti, o loro amici in Mali.
L'aspetto più grottesco è che gli schiavi hanno assoluto divieto di chiedere soldi per un anno e se lo fanno vengono picchiati.
E, ultima nota, le multinazionali che producono cacao non hanno voluto aderire (ovviamente) a questa campagna di "Save the Children Mali".




MEDICINA
Organi in vendita
di Sabina Morandi


LE VECCHIE LEGGENDE metropolitane sul traffico di organi sembrano trovare una conferma: il dottore cinese Wang Guoqui, in forza presso un ospedale della polizia, si è da poco rifugiato negli Stati Uniti, dove ha chiesto asilo politico, confermando di avere prelevato organi, pelle, cornee e altri tessuti dai condannati a morte. Nel 1994 un rapporto commissionato dall’Information Agency degli Stati Uniti, e presentato alle Nazioni Unite, aveva cercato di dissipare quella che veniva qui definita per la prima volta la “leggenda urbana” del traffico d’organi. Eppure, oltre a essere particolarmente raccapricciante, la storia del rapimento a scopo di trapianto è persistente e diffusa su scala internazionale. Nel giugno dell’anno scorso, per esempio, alcuni giornalisti della tv spagnola Antena 3 e del quotidiano El Mundo, hanno smascherato un presunto trafficante di organi vestito da prete, Martin Rubio Murillo, fermato in Messico insieme a un medico compiacente. Prove che non sia una frode, però, non ne sono state trovate, e la polizia non ha arrestato nessuno.

Un mese dopo è la volta dell’Italia dove, secondo la Direzione Distrettuale Antimafia di Trieste, il traffico di clandestini che ha portato all'arresto di quaranta persone, servirebbe ad alimentare un traffico d’organi. Il procuratore distrettuale antimafia ha parlato di «segnali significativi che però non sono ancora oggetto di investigazione», come alcuni “carichi speciali” di clandestini cinesi che valgono più degli altri. Il 26 ottobre dello stesso anno, poi, l’allarme è stato lanciato addirittura su scala nazionale. Durante una conferenza tenutasi al Viminale è stato reso noto un dossier su alcuni cittadini moldavi che sono andati in Georgia e Turchia per sottoporsi all'operazione chirurgica e all’espianto di un rene, il tutto organizzato dalla mafia russa. E, per la prima volta, non si parlava di un’ambulanza fantasma o dei rapitori stranieri che riempiono gli incubi dei bambini sudamericani – l’uomo bianco in agguato – quanto di qualcosa di molto più tangibile, e probabile: la vendita dei propri organi da parte di persone disperate ma “consenzienti”.


Traffico internazionale d’organi


Se le storie dei rapimenti si susseguono da vent’anni senza un solo riscontro, la compra vendita è invece cosa ben nota anche perché, a fronte di trapianti sempre più sicuri e di routine, i donatori d’organi restano pochi. In realtà, ciò che ha reso i trapianti più sicuri, non è stato il miglioramento della tecnica chirurgica, ma un farmaco, la cyclosporina. Il vero problema dei trapianti, infatti, è costituito dalla reazione del sistema immunitario che provoca il rigetto e rischia di uccidere il paziente. Con la scoperta della cylosporina, nel 1984, si era trovato il mondo di inibire il sistema immunitario e di rendere quindi i trapianti di reni e di cuore un’operazione quasi sicura, che si è andata diffondendo in tutto il mondo. A fronte di tale diffusione, però, la scarsità di organi è diventata evidente.

Antichi motivi religiosi e culturali s’intrecciano con forti resistenze psicologiche. Se per i musulmani, come per i cattolici, l’integrità del corpo dopo la morte è importante, gli ebrei ortodossi non riconoscono la morte cerebrale – criterio fondamentale per l’espianto d’organi – e a poco sono valse le prese di posizione di stampo altruistico di alcuni leader religiosi. In Asia, poi, è diffuso il culto degli antenati – ed è quindi difficile ammettere la possibilità di “infierire” sul corpo di un parente – e la separazione dal congiunto richiede riti lunghi e complessi. A tutto ciò si aggiunge il peso della nuova mitologia dell’homo oeconomicus: perché mai dovrei donare qualcosa in un mondo in cui tutto si vende? E perché, se dal mio rene ci guadagna il personale medico, non ci devo guadagnare anch’io che sono il principale “fornitore”?

Passaggio in India

Questo tipo di giustificazioni “utilitaristiche” hanno cercato di sedare il naturale orrore suscitato dalle notizie provenienti dall’India: interi villaggi dell’entroterra rurale hanno mostrato alle telecamere di tutto il mondo le cicatrici dei cosiddetti “viaggi della speranza”. Il segreto di questo redditizio business – redditizio soprattutto per i mediatori – è di mettere in contatto i “disperatamente poveri” contadini indiani o abitanti delle baraccopoli che circondano le metropoli, con i “disperatamente malati” provenienti dall’Europa, dai paesi del Golfo o anche dalla stessa India, benestanti cittadini in grado di viaggiare su standard economici occidentali. Qui si trovano malati disposti a pagare fra gli otto e i dieci milioni per un rene, dei quali appena un paio andranno al cosiddetto donatore, e almeno altri dieci per l’operazione.

Nel 1994, a fronte dello scandalo internazionale, la pratica è stata messa fuori legge negli stati indiani dov’era più diffusa, come Bombay, Madras e Bangalore, città dotate delle strutture mediche necessarie a condurre i trapianti. Ma, come risulta da un reportage del 1997, condotto dall’indiano Frontline, di fatto non c’è stato alcun cambiamento, perché la legge prevede che, in caso di un “particolare attaccamento”, che viene valutato da commissioni appositamente istituite, la donazione sia consentita anche fra estranei. In pratica, basta che il mediatore istruisca il donatore su cosa deve dire davanti alla commissione e il gioco è fatto.


Sindrome cinese


La Cina gioca un ruolo fondamentale nella compra vendita degli organi dell’area del Pacifico. Nel 1984, immediatamente dopo che la cyclosporina è diventata disponibile, il governo ha preparato un documento intitolato “Regole concernenti l’utilizzazione del cadavere o degli organi dei condannati a morte”. Questa legge stabilisce che gli organi dei condannati possano venire usati per il trapianto se il prigioniero è d’accordo, se la famiglia è d’accordo o se nessuno viene a reclamare il corpo. Resta da vedere quanto possa essere libero il consenso di un prigioniero che aspetta l’esecuzione. La legge stabilisce anche che tutto sia condotto nella totale segretezza per evitare ricadute negative per l’immagine del paese. Così non è nota la destinazione dell’organo, né i nomi dei chirurghi che partecipano alle operazioni e perfino le macchine utilizzate per andare a prendere gli organi devono circolare senza contrassegno.

Sono invece bene informati i medici residenti in Giappone, a Hong Kong, a Singapore e a Taiwan, che fanno da intermediari e dirigono i propri pazienti negli ospedali di Wuhan, Beijing e Shangai. Il sistema è molto efficiente in quanto gli stranieri non devono aspettare giorni o settimane perché gli organi siano disponibili: le esecuzioni vengono programmate per andare incontro alle esigenze di mercato. È difficile fare una stima esatta della quantità di organi trapiantati in Cina, e quindi del giro di soldi di questo business. Se ci si basa unicamente sulle esecuzioni riportate dalla stampa, ogni anno almeno cinque mila persone sono condannate a morte, ma Amnesty Internationalcalcola che siano almeno il doppio. E tutte le esecuzioni hanno luogo con l’aiuto di un medico che “prepara” il condannato per l’espianto.

Condanna internazionale

Praticamente tutte le più importanti associazioni mediche del mondo condannano la compra vendita di organi e l’espianto dai condannati a morte. La World Medical Association (l’Associazione medica internazionale) ha espresso questo punto di vista nel 1984, nel 1987 e nel 1994, chiamando i governi dei rispettivi paesi a intraprendere le misure necessarie per impedire la compravendita e ha criticato la pratica di espiantare gli organi ai condannati senza il loro consenso. Non risulta però che le associazioni di categoria nazionali, chiamate a prendere severe misure disciplinari contro i medici coinvolti nel traffico, l’abbiano mai fatto. Tuttavia le associazioni mediche potrebbero incidere moltissimo.

David J. Rothman, componente della Bellagio Task Force, che ha stilato il più autorevole rapporto sul traffico internazionale di organi, si chiede provocatoriamente: «Cosa succederebbe se le società mediche internazionali prendessero sul serio i principi proclamati e istituissero delle commissioni di controllo per tenere sotto stretta sorveglianza le pratiche di donazione degli organi? E se minacciassero di smettere di addestrare i chirurghi che provengono dai paesi dove vengono tollerate simili pratiche? E se rifiutassero, come è avvenuto in Sud Africa ai tempi dell’apartheid, di tenere i meeting internazionali in quei paesi? E perché la Novartis, che produce la cyclosporina, non decide di vendere questo farmaco solo ai medici e agli ospedali dove vengono rispettati gli standard delle donazioni?». Sono due i motivi fondamentali che ci spingono a considerare la maggior parte delle storie sul traffico di organi delle leggende metropolitane. In primo luogo per operare servono stanze sterili, attrezzature sofisticate e team di medici altamente specializzati e perfettamente addestrati ed è davvero improbabile che un personale così qualificato metta a repentaglio la propria vita e la propria professione per procurarsi un organo attraverso l’omicidio. Il secondo motivo è molto meno consolante. Ammazzare non serve: gli organi sono sul mercato e costano davvero poco.




INDIA: Garantito!

 22 dicembre 1997
INDIA - Chissà a chi finirà in regalo, questo Natale, il pallone numero 8 8014966 950103 della premiata ditta Globo Sport Spa. A vederlo, nella capanna di lamiera dove vive la famiglia di Githa, è una morbida meraviglia di cuoio bianco, cucita interamente a mano e - come ricorda il marchio - «di misura ufficiale per la pallavolo olimpionica». Dal prossimo gennaio, più modestamente, inizierà a rimbalzare nei cortili e negli oratori di tutta Italia, leggero come una piuma. Facile dimenticarsi che la sua, invece, è una storia pesante. Anzi, pesantissima. Perché, anche se sembra tutto solo un gioco da ragazzi, il pallone codice 8 8014966 950103 è gonfio di fatica, sfruttamento, miseria. E, per fabbricarlo, mamma Githa e i suoi tre sottili bambini hann o dovuto trovare dentro di sé tonnellate di quella strana energia della rassegnazione che è l'unica risorsa abbondante nella bidonville di Gandhi-Chowk, periferia puzzolente di Jalandhar, Stato del Punjab, India. Ovvero nel cuore industriale della pi ù grande democrazia del mondo. Vicino alla valvola di gonfiaggio la Globo Sport Spa ha fatto stampare la scritta, in italiano e in inglese: «Garantito: non viene impiegata manodopera infantile - Garanteed. No Child Labour». Purtroppo è una bugia. Una delle tante che, con il consenso o meno dei produttori mondiali di articoli sportivi e giocattoli, vengono dette per conservare quello che gli industriali in turbante di Jalandhar chiamano con orgoglio «il nostro margine competitivo». Una bugia pe rché quel pallone bianco l'ho visto appoggiato sulla stuoia di juta, nella capanna che Githa ha decorato con foto delle divinità Sikh e dei divi impomatati del «Punjab-pop». Le mani che lo cucivano erano quelle di Angelj, la figlia dodicenne di Githa . Una bambina a suo modo fortunata: al contrario di molti amici delle baracche vicine, di giorno va a scuola e i palloni li cuce solo dal pomeriggio fino alle 10 di sera. Inginocchiata, concentrata e con le dita piagate dagli aghi. «Ci danno 15 rup ie per ogni pallone. Riusciamo a cucirne tre o quattro al giorno. Siamo io e i miei tre figli, tutti sotto i dodici anni. Mio marito, invece, è riuscito a trovare un lavoro in città. Il cognome? No, non posso dirlo. I sensali, quelli che ricevono il lavoro dalle fabbriche, ci hanno ordinato di non parlare con gli stranieri». Mentre Githa racconta, due uomini scesi dalla bicicletta ci osservano con i bastoni in mano. Sono gli intermediari che le fabbriche impiegano per distribuire nelle case le s trisce di pelle, caricate su ricsciò, e poi ritirare i palloni finiti. Con loro non si scherza. Nei mesi scorsi, nel vicino Pakistan, in quella regione di Sialkot dove migliaia di bambini producono l'80 per cento dei palloni di tutto il mondo, i me zzani hanno malmenato alcuni fotografi americani. E anche i giornalisti che superano questo ostacolo, ne trovano un altro: la propria coscienza. «In un villaggio qui vicino viveva Sonia, 11 anni, cieca. L'abbiamo trovata che cuciva palloni con la fac cia del campione inglese Eric Cantona. Guadagnava 350 lire all'ora», racconta Kuldip Chand, il timido volontario dell'associazione umanitaria indiana Arpan. All'inizio Sonia sembrava la testimonial perfetta per la campagna contro lo sfruttamento dei bambini. Ma la vicenda si è conclusa in modo disastroso. «Dopo un grande reportage sul periodico americano Life, Sonia e la sua famiglia sono state cacciate dal villaggio. I loro compaesani non li volevano più con loro - racconta Kuldip - perché i me zzani avevano ritirato gli ordini. In pratica, a causa di Sonia, l'intero villaggio era stato ridotto alla fame. Siamo dovuti intervenire noi, pagandole una scuola. Altrimenti a quest'ora Sonia sarebbe morta». A vedere le catapecchie di Gandhi-Chow k, di Bastibawakhel, di Badhaliwal e delle altre bidonville vicino a Jalandhar sembra impossibile immaginare che gli interessi economici in gioco siano così alti. Sono case povere, dove mucche e bufali spelacchiati ruminano tra la spazzatura. Non ci sono fognature, telefoni, ospedali, medicine. E' un'immensa periferia da Terzo Mondo, che il resto dell'India considera privilegiata perché, almeno, qualche fabbrica ce l'ha. Ma i conti sono presto fatti: le 15 rupie che Githa e i suoi bambini guadag nano per ogni pallone equivalgono a 675 lire. In dodici ore di lavoro senza soste, i più rapidi riescono a cucire quattro palloni. I più, tre. Significa che bambini come Masih, Pintu, Shiobaran e tutti gli altri che lavorano intorno a Jalandhar vengo no pagati 170 lire all'ora. «L'Italia importa 2,8 milioni di dollari all'anno in palle e palloni. Per non parlare dei guantoni di pugilato e delle mazze da hockey», dice Jay Singh, l'oscuro eroe dei bambini di Jalandhar. E' un omone massiccio, ex i ngegnere navale, che vive in una casa sporca e disordinata nei vicoli di Phillaur, un altro centro industriale dell'area. Singh ha l'hobby di citare in giudizio politici e latifondisti del Punjab che utilizzano lavoro minorile o schiavi adulti per la vorare nelle proprie fabbriche e tenute agricole. Con lui al fianco, basta trascorrere un giorno nelle bidonville per compilare un lungo elenco di celebri marche che quando scrivono sui loro palloni «cucito a mano» dovrebbero aggiungere «dalle mani di bambini tra i sette e i 14 anni». Ecco l'elenco dei palloni visti in lavorazione in un sabato qualsiasi di dicembre: Puma, Mitra, Nivia, Cosco, Arsenal (pallone ufficiale della squadra di serie A inglese), Uhl Sport, Sondico, Minerva, Sport Chale t, Blackbourne (altra squadra di calcio inglese), Spartan, Nestlè (i gadget regalati insieme alle merendine), Universal (da pallavolo) e Mondo Spa. Molti hanno il simbolo di Francia '98: ufficialmente approvati dagli organizzatori del campionato mond iale di calcio. La Mondo è un'azienda italiana con sede a Gallo d'Alba, in Piemonte. Fornisce palloni alle Olimpiadi sin dai giochi di Montreal. Quelli cuciti a mano - alcune decine di migliaia all'anno - li importa dal Pakistan o dall'India. Quand o compra in Punjab, non negozia con i mediatori, ma con grandi aziende come la Mayor & Co. «Chiediamo assicurazioni scritte che quei palloni non vengono cuciti da bambini. Dal punto di vista legale siamo a posto. Cosa poi succeda davvero, non posso a ssicurarlo - dice il responsabile finanziario Gianfranco Prato. - Di certo so che, grazie all'industria dei palloni, Jalandhar ha più scuole che altrove e nei capannoni di bambini non se ne vedono». Peccato che «solo il 20 per cento della manodoper a del settore lavori in fabbrica. Gli altri cuciono da casa, senza alcun controllo», come spiega Jay Singh. D'altra parte, il lavoro minorile è vietato dalla legge indiana solo nelle attività pericolose. E l'industria del pallone non è considerata ta le. Ma esiste una Convenzione Onu sui diritti dei bambini - firmata anche da Italia e India - che afferma, all'articolo 32, il «diritto del bambinio a non venir sfruttato economicamente». Secondo uno studio dell'organizzazione umanitaria Christian Aid, in India 90 milioni di bambini tra i sei e i 14 anni non vanno a scuola. Di loro, più della metà lavora a tempo pieno. In un ufficio di New Delhi, nel caos e nello smog opprimente della capitale indiana, c'è l'ufficio di un'altra organizzazione - la Saacs - che li vuole difendere con un progetto ciclopico: far marciare per 80 mila chilometri in decine di Paesi di Asia, Africa e America Latina le rappresentanze dei bambini sfruttati, terminando il prossimo 1 giugno a Ginevra, davanti alla se de dell'Organizzazione mondiale del lavoro. «Ce la faremo, anche se sembra una follia», dice Alam Rahman, un frenetico canadese di 26 anni di origine indiana che, dopo l'università, è tornato nella patria dei suoi genitori per lavorare come volontari o anti-sfruttamento. Duecento chilometri più a Nord, nel bazaar di Jalandhar, Davinder Mahajan ride a sentir parlare di marce e di campagne. La sua azienda, la Mahajan Enterprises, non si ferma di fronte a nulla. Fingendo di essere un imprenditore italiano che vuole comprare palloni-giocattolo in occasione della grande kermesse di Francia 98, ci si sente promettere da mister Mahajan: «Ecco il catalogo. Partiamo da 3,44 dollari al pezzo. Se vuole, ci stampiamo sopra che non è fabbricato con lavoro infantile. Stampiamo qualunque cosa lei desideri. Non si preoccupi: tanto, chi fa poi i controlli?». Non è una vergogna lontana e astratta. E non vale solo per i palloni-giocattolo, quelli che si comprano nei supermercati italiani per 20 mila l ire. Ogni domenica, quando una squadra manda in campo i propri miliardari, li fa giocare con sfere da 120 mila lire l'una: ricordiamoci che a farle rotolare la prima volta, nelle bidonville di Jalandhar o di Sialkot, sono state le mani di un bambino.

Tratta di minori
 

Tratta di minori: fenomeno in continua crescita in Europa

29 Marzo 2004
La tratta di esseri umani non è un fenomeno nuovo ma, negli ultimi dieci anni, in Europa il numero dei bambini e delle bambine vittime, provenienti principalmente dal sud-est europeo, è cresciuto costantemente E' una forma complessa di sfruttamento, che include diversi gradi di violenza e coercizione e che rappresenta, nel caso dei minori, una delle peggiori forme di violazione dei loro diritti riconosciuti universalmente.

Il fenomeno in Europa riguarda migliaia di bambini che ogni anno vengono trafficati a scopo, principalmente, di sfruttamento sessuale (prostituzione, pedofilia e impiego in film pornografici). Tuttavia altre forme di sfruttamento e abusi, quali quelli del lavoro minorile, della mendicità, delle adozioni internazionali illegali e del traffico di organi, stanno chiaramente emergendo, vista la forte domanda nei paesi di destinazione. Le bambine e i bambini vittime hanno un'età che può variare generalmente dagli 8 ai 18 anni, ma la tratta arriva a coinvolgere anche neonati venduti - con prezzi che possono variare dai 7.000 ai 15.000 euro - a scopo di adozione. La giovane età delle vittime nel mercato del sesso è un valore aggiunto esplicitamente richiesto. In Italia, secondo gli ultimi dati disponibili, il numero di bambini vittime della tratta che hanno usufruito dei programmi di protezione sociale in un anno sono stati 134. Ma il numero totale delle piccole vittime potrebbe essere assai maggiore. La prostituzione coinvolge un numero di persone che varia da un minimo di 10.000 ad un massimo di 13.000, con un'incidenza di minori che varia tra il 4,2% ed il 6,2%, cioè tra le 542 e le 663 vittime, di cui la maggior parte trafficate da paesi dell'est europeo, in particolare Albania, Moldavia e Romania, e dalla Nigeria. In Bulgaria, solo nel 2002, ci sono stati 2.128 minori vittime di abusi, con un aumento del 50% rispetto all'anno precedente. Circa 10.000 ragazze bulgare, molte delle quali minorenni, potrebbero essere state coinvolte nella tratta a scopo di sfruttamento sessuale. In Romania e Danimarca le statistiche mostrano un aumento del numero di bambini vittime della tratta. In Spagna, sono 274 i minori sfruttati sessualmente nel 2002, di cui 168 bambine coinvolte nel mercato della prostituzione e della pornografia. Nel Regno Unito, pur non esistendo statistiche ufficiali affidabili, si parla di 250 bambini coinvolti, ma il loro numero dovrebbe essere molto più alto.

Queste sono alcune delle indicazioni che emergono dal "Rapporto informativo sulla tratta di minori in Bulgaria, Danimarca, Italia, Romania, Spagna e Regno Unito", presentato oggi da Save the Children a Roma, presso la Sala del Senato, ex Hotel Bologna, in via Santa Chiara 5, ore 9.30, nell'ambito del Seminario Internazionale "Un network europeo per condividere informazioni e buone pratiche nella lotta alla tratta di bambini e bambine" Il rapporto è il risultato di un'analisi svolta in questi sei paesi che possono essere identificati come di origine (Bulgaria e Romania), di transito e destinazione (Italia e Spagna), e di destinazione finale (Danimarca e Regno Unito). Il rapporto vuole offrire un importante strumento per l'analisi e la pianificazione strategica degli interventi sulla tratta di minori. Questa struttura di analisi comprende tutte le fasi della tratta, in cui avvengono gli sfruttamenti e gli abusi, mettendole in relazione con gli strumenti legislativi in atto in ambito nazionale ed internazionale, con la Convenzione ONU sui diritti del Fanciullo, con un sistema di riferimento istituzionale e non governativo, e con le azioni di contrasto, protezione, prevenzione e reintegrazione che sono in atto nei paesi e nelle regioni dei partner coinvolti.

La ricerca contiene informazioni su tutti i "Cicli della tratta". Il reclutamento avviene su base locale, nelle zone più povere e svantaggiate. Le vittime vengono attratte, anche tramite annunci pubblicitari pubblicati sui giornali, con false promesse di lavoro, matrimoni e condizioni di vita migliori all'estero; a volte si ricorre al rapimento. Non è raro il coinvolgimento nel reclutamento di genitori, parenti e amici delle vittime. Violenze e abusi sui minori trafficati sono all'ordine del giorno e vengono perpetrati fin dall'inizio del viaggio verso i paesi di destinazione finale. Le vittime, soprattutto quelle che vengono coinvolte nel giro della prostituzione, possono essere vendute più volte, come nel caso di una ragazza rumena di 15 anni messa in vendita ben 22 volte. Il tutto viene gestito accuratamente da organizzazioni criminali molto ben strutturate ed efficienti. Esistono infatti ruoli precisi e precise divisioni di compiti: c'è un reclutatore, che si occupa di individuare e adescare la vittima, la persona che si occupa di organizzare il viaggio e i documenti necessari, il trasportatore e l'incaricato di ricevere e sfruttare il minore nel paese di destinazione. Questi ruoli possono essere ricoperti da più di una persona.

I bambini, inoltre, corrono il rischio di essere ulteriormente vittimizzati e di subire ulteriori violenze derivanti da politiche erronee o non chiare in materia di immigrazione, o da pratiche di polizia o giudiziarie potenzialmente abusanti. I minori coinvolti nella tratta sono, infatti, innanzitutto delle vittime, anche se le attività per cui vengono sfruttati li hanno portati a commettere reati. E' assolutamente imprescindibile quindi, per ogni politica di contrasto, di prevenzione e recupero, e in particolar modo per le politiche sull'immigrazione, tenere in considerazione questo elemento e prevedere provvedimenti specifici rivolti ai minori, che devono fondarsi sul riconoscimento e la tutela dei loro diritti.

Il rapporto e il seminario fanno parte del progetto ENACT (European Network Against Child Trafficking), il primo network pan-europeo di organizzazioni e istituzioni unite nella protezione e promozione dei diritti dei bambini e delle bambine a rischio o vittime di qualsiasi tipo di tratta.

(tratto dal sito internet: savethechildren.it)


Traffico d'organi a Kabul


i bambini le vittime preferite

 KABUL - Un cuore fruttava dai 25 ai 30 milioni, la metà un rene o una cornea. Centinaia di bambini afgani, di età compresa fra i 4 e i 10 anni, sono stati usati come "pezzi di ricambio" e poi gettati morti per strada o nei fossati. Un maxitraffico di organi umani via Pakistan che ha prosperato per anni all'ombra dei Taliban così fiscali in fatto di barbe, donne e preghiere, ma che non hanno mai mosso un dito per reprimere questo orrore e che hanno addirittura mandato libero un reo confesso che solo lui di ragazzini ne aveva uccisi 60.

Non ci sono cifre ufficiali in materia, non c'è alcuna autorità a cui chiedere conto di questa barbarie, ma c'è la memoria della gente di Kabul, della gente di strada che ha contato i cadaveri, ha visto in faccia gli aguzzini arabi e pachistani per lo più, tutti ricchi e protetti dal regime e ha potuto solo sperare che la stessa sorte non toccasse ai propri figli. Nel più grande ospedale cittadino, Sha Faknà, c'era un reparto offlimits per i locali con personale medico straniero. Così attrezzato e pulito rispetto alla sporcizia e alla precarietà di tutto il resto da sembrare quasi una clinica svizzera. Gli espianti se non addirittura i trapianti, è opinione diffusa, si effettuavano proprio lì.

La materia prima era reperibile per le vie di Kabul, pullulanti di bambini nonostante i divieti degli studenti col mitra. Nel libro delle nefandezze commesse dai seguaci del mullah Omar, quello del traffico di organi umani occupa purtroppo un capitolo di molte pagine. Tante quante sono le storie di chi ha perso un figlio o una figlia. Quella che segue è solo una di queste, non l'ultima purtroppo.

Rhuma aveva 4 anni. Ne avrebbe compiuti 5 in ottobre. Era una bella, vivace bambina, l'unica figlia femmina di Ali Akmad, 40 anni, commesso in una botteguccia di ferramenta al bazar. Martedì 21 agosto 2001, ecco la data che quest'uomo, piccolo, macilento che da allora ha perso il sonno e l'appetito, non dimenticherà mai più. E' la data della scomparsa della sua Rhuma. Poco dopo l'ora di pranzo, Rhuma, dopo aver mangiato un po' di riso, esce in strada Akmad e i suoi vivono nel popoloso quartiere Shasdarak per giocare con gli altri bambini. Lo fa sempre. La madre non si preoccupa più di tanto. Qualche minuto dopo Najib, 18 anni, il fratello più grande, sente una brusca frenata, un pianto disperato e si precipita subito in strada, Rhuma non c'è più e i suoi compagni di gioco muti indicano il gippone che se la sta portando via. Urla a sua volta, Najib: "Papà, l'hanno rapita, rapita". La strada si affolla di gente, di madri preoccupate. Riscatto, vendetta? Due ipotesi che Ali nemmeno prende in considerazione. Non ha soldi, guadagna solo poche decine di dollari al mese, e non ha mai torto un capello a nessuno. E allora perché?, si chiede senza trovare risposta. Anzi una risposta ce l'ha ma non vuole prenderla in considerazione. Vive ore da incubo facendo mille congetture, passando al setaccio tutta la sua povera vita. Ma niente, non sa spiegarsi perché sia toccato proprio a lui. Due giorni dopo, giovedì, ore 23. Il rombo di un'auto in corsa e qualcosa che va a sbattere quasi contro il loro uscio fa sobbalzare Ali e sua moglie che si precipitano fuori. Per terra c'è un sacco di terra grezza. Dentro c'è quel che resta di Rhuma. Gli assassini l'hanno come sventrata, le hanno portato via il cuore, i reni, un occhio e l'altro le penzola fuori dall'orbita.

Ali e la sua donna stringono per ore quel corpicino piangendo tutte le lacrime che hanno, mentre una tendina viene subito riaccostata nella bella casa di fronte. Quella dove vive l'arabo. Si chiama Yasser, ha poco più di trent'anni, è ricco sfondato. Ha trequattro mogli, servitori e guardie del corpo. Davanti alla sua palazzina stazionano sempre fuoristrada nuovissimi, ha la parabola sul tetto e gira sempre con un satellitare così piccolo che sembra un cellulare. E' arrogante e violento, ha già ucciso un amico di Ali per prendersi la sua giovane donna. Traffica ogni genere di cose alla luce del sole e odia i tagiki.

Tutte le volte che incrocia Akmad, che è di quell'etnia, gli urla in faccia il suo disprezzo. Per il solo fatto che sia tagiko crede che sia parente di Massud, il leader dell'Alleanza del Nord, il nemico giurato dei Taliban. "Vi metteremo tutti al muro, compreso il tuo comandante", lo minaccia. Ali ora non ha quasi più dubbi: Yasser deve sicuramente entrarci con la morte della sua bambina. Se avesse un'arma, Ali non esiterebbe a farlo fuori all'istante, ma non ha che le mani. Bussa alla porta del suo vicino, ma uno dei suoi guardaspalle poco ci manca che lo prenda a fucilate: "E' tardi, tagiko, riprova domani".

L'indomani arriva dal prefetto Njasir. "Hanno ucciso la mia figlia più piccola strappandole cuore, reni, occhi dice so chi è stato, chiedo, anzi pretendo giustizia". Njasir lo ascolta distrattamente e poi lo licenzia con una minaccia: "Attento, vacci piano con le accuse, capisco il tuo stato d'animo ma stai gettando fango addosso a un galantuomo. Tornatene a casa, vedremo". Se ne torna a casa Ali e fa l'unica cosa che può fare: spedire lontano gli altri due figli piccoli. E fa bene perché nel suo stesso quartiere, appena una settimana più tardi, un'altra bambina subisce la stessa terribile sorte di Rhuma.

(25 novembre 2001)
 Fonte Repubblica.it


Le brutte sorprese degli ovetti Kinder



- Chi ha visto il laboratorio da cui escono gli ovuli di plastica della
Kinder Ferrero?
 -


PANKOTA (Romania) - Nell'ovetto colorato di Joana e Mariana e Krina, il Sol
dell'Avvenire turbo-liberista ha messo una bella sorpresa: la proroga
quotidiana del lavoro se arrivano ciascuna a montare mille pezzi al giorno.
Minimo minimo: 900. Cosa vuol dire, che se non arrivano alla soglia vengono
licenziate in tronco? "Ma no", risponde amabile la kapò: "Chi non ce la fa
non viene mai buttata fuori: se ne va da sola".

Dovreste vederlo, il laboratorio da cui escono gli ovuli di plastica della
Kinder Ferrero coi pinguini, le farfalline e le macchinine che piacciono
tanto ai nostri piccini. Immaginatevi una grande fabbrica sgangherata e
pericolante sulla strada che solca Pankota, un paese agricolo vicino a
Timisoara, ammazzato da piani quinquennali capaci di far morire le vigne e
rendere sterili i conigli.

Immaginate: scrostate i muri, incrinate le piastrelle, spaccate un po' di
vetrate, buttate un mucchio di rifiuti nel cortile e salite al primo piano.
Aprite una porta e sarete in una stanza dove decine di Joana, Mariana e
Krina (i nomi sono inventati: non vorrei si licenziassero da sole) preparano
gomito a gomito scatoloni di sfere da mettere negli ovetti di cioccolata.
Nel loculo accanto, di due metri per due, riscaldate da una vetusta stufa a
legna, lavorano in quattro, a cottimo, a ritmi da far spavento, manovrando
certe macchinette punzonatrici, che se ci lasci sotto un dito, addio.
Contente? Ridono: "Tutto bene, paga buona, padroni gentili".

È questo il modello suggerito dagli industriali trevisani che verranno giù a
celebrare l'inizio dell'anno produttivo a Timisoara? Per carità:
competitività raggiunta. Alla grande.
Non c'è Cina, India o Gabon che ti offrano come la Romania gli spazi, le
lusinghe fiscali, le operaie disposte a lavorare a cottimo in topaie come
quella di Pankota per 170 mila lire italiane a un'ora di volo dal Nordest.
Per non parlare del risvolto erotico, goduto perfino da una "missione
umanitaria" piemontese chiusa con un interscambio culturale

È bene però che gli italiani conoscano il prezzo che tutti noi paghiamo, in
immagine, facendo la parte dei colonizzatori.
Certo, centinaia di imprenditori straordinari veneti, lombardi ed emiliani,
costretti a portare qui una parte della produzione per mancanza da noi di
terreni ed operai, rinunciano tutti i giorni ad approfittare fino in fondo
della libertà totale di fissare stipendi e stabilire orari e licenziare
gente.
E non c'è dubbio che, piuttosto che la fame o l'emigrazione sui gommoni, le
campagne e le periferie romene vorrebbero dieci, cento, mille ruderi
produttori di ovetti con sorpresa.

In cambio, però, stiamo spesso chiedendo troppo. Cominciano a esser troppi,
per ambientalisti quali Dan Jonescu della facoltà di silvicoltura di Brasow,
i cacciatori che vengono a togliersi sfizi in Italia proibitissimi, quali la
battuta all'oca (60 mila lire a capo: niente) o all'orso bruno dei Carpazi
(da dieci a venti milioni: niente).

Troppi gli industriali che rilevano, o fanno lavorare quali contoterzisti
laboratori o stabilimenti conciari impegnati in lavorazioni che in Europa
sono vietate. Troppi i nostri mediatori che rifilano bidoni sia agli
italiani sia ai romeni. Troppi i pezzi d'arte "palesemente rubati nelle
chiese o perfino nei cimiteri", come spiega un commerciante lombardo, che
finiscono nelle vetrine dei nostri antiquari. Troppi gli alberi dello
straordinario patrimonio boschivo, il polmone verde più ricco e vitale dell'
Europa meridionale, abbattuti per rifornire le nostre gigantesche segherie e
i nostri mobilifici.

Le foreste statali, spiega Nicolai Donita dell'università di Cluj, in
qualche modo reggono all'abbattimento progettato.
I boschetti da pochi ettari restituiti ai vecchi proprietari dopo la caduta
del comunismo, però, sono già stati in buona parte buttati giù. "Si metta al
posto di un contadino che non ha niente se non dieci querce piantate dal
nonno di suo nonno", spiega Tiberio Grunwald, un giovane italiano d'origine
ungaro-romena che fa il consulente di cooperazione internazionale per l'
Ag.fo.l e sta mettendo su il progetto "Marco Polo" voluto (anche per saltare
i mediatori troppo spregiudicati) dalle Università di Padova e di Arad: "Si
metta al suo posto: cosa direbbe se le offrissero venti volte il suo
stipendio di un anno per i vecchi alberi dietro casa?".

Quattrocento mila ettari di bosco "privato" stanno via via finendo in
trucioli e comò, mentre le nostre segherie, come spiega Mario Moretti
Polegato, "si lamentano perché anzi si taglia troppo poco".
E altri due milioni di ettari stanno per essere distribuiti con la
privatizzazione prossima ventura. Auguri.
Chi glielo fa fare, agli imprenditori più aggressivi, di tornare in Italia?
Troppe tasse, troppi verdi, troppe regole. Ciò che è più grave, però, è che
i loro colleghi perbene (tanti) che vorrebbero sul serio poter continuare a
produrre in modo competitivo nelle campagne estensi o nella valle del
Sangro, nella piana di San Severo o sui colli udinesi, non sembrano avere
oggi alcuna possibilità di farcela. Mettetevi al posto di un calzaturiero
veneto e immaginate di voler portare operai di Timisoara di cui siete
entusiasti in Italia a costo di pagarli 10 volte di più: impossibile.

Il nostro consolato a Bucarest, per cominciare, ignora il telefono, come
raccomandava una circolare di Gaspari: "Gli impiegati non sono tenuti a
rispondere perché non è accettabile l'assunto secondo cui la richiesta di un
colloquio con tale mezzo possa essere giustificata da ragioni di pubblico
interesse. È evidente, infatti, che il cittadino, ove abbia effettive
ragioni da presentare, può disporre di strumenti ben più efficaci quali l'
accesso diretto agli uffici competenti". Tutti lì, in coda.

Giorni di apertura del consolato: tre. Martedì, mercoledì e giovedì. Solo la
mattina. Non bastasse questo e non bastasse la montagna incredibile di carte
richieste (compresa la surreale prenotazione di un albergo, da fare prima
che sia fissata la data del visto!) un romeno deve fare una coda di un
giorno intero, in piedi, nella calca (c'è chi compra un "segnaposto" umano
per 50 dollari) per ricevere la data in cui gli è concesso di mettersi in
coda un'altra volta per presentare i documenti. Un delirio che solo un
burocrate pazzo può avere ideato.

Contemporaneamente, mentre quelli assediano a centinaia la nostra sede
consolare, o si rovesciano a Gorizia attraversando clandestinamente il
confine, non solo Germania, Francia e Spagna, ma perfino Portogallo e Grecia
stanno portandosi via la crema romena: manager, programmatori, sistemisti,
infermieri, ingegneri. Per non dire dell'aristocrazia operaia di cui il
Nordest ha fame: tornitori, saldatori, specialisti vari. Tutti scelti, uno
ad uno, con selezioni mirate fatte da équipe di lavoro in giro per la
Romania sulla base di progetti chiari e definiti.

Come quello della Francia, che per risistemare i boschi dopo una serie di
incendi catastrofici, si è portata via 3.000 dei migliori forestali e
giardinieri. O della Germania, che ogni tanto rastrella i più bravi
programmatori elettronici, offrendo loro l'alloggio e 100 mila marchi l'anno
col patto che nessun altro della famiglia ("ci servono programmatori: solo
loro") può lavorare.

Anche l'Ag.fo.l, dopo l'autodenuncia di un gruppo di case di riposo venete
("non troviamo personale: non possiamo garantire l'assistenza") ha
presentato un progetto simile per portare in Italia alcune centinaia di
infermieri. E per ridurre al minimo le grane burocratiche ha proposto un
corso di laurea breve, da tenere qui in Romania, copiato riga per riga dal
programma dell'Università di Padova. Pensate sia andato in porto?



Violenze impunite contro le donne

CORPI VIOLATI, VOLONTA' DISTRUTTE

In occasione dell'8 marzo, giornata internazionale delle donne, Amnesty International ha pubblicato un raccapricciante rapporto sulla violenza contro di loro, di cui pubblichiamo alcuni estratti. Se ne traggono due lezioni fondamentali: primo, i maltrattamenti avvengono soprattutto all'interno della famiglia; secondo, i governi sono poco determinati a proteggere le vittime e punire i colpevoli.Quando è tornata piangeva. Ci ha detto di essere stata stuprata da tre o quattro soldati. Ha pianto a lungo. Ci ha chiesto perché mentivamo, tanto sapeva che era successo anche a noi». Una donna di Suva Reka, Kosovo, 1999 (1). «Mi misero una spugna bagnata sotto il collo e mi stesero su un tavolo.
Per ore mi torturarono con scariche elettriche... Poi mi spostarono su un altro tavolo... E portarono un bastone. Mi dissero: "Inginocchiati".
E mi inserirono lentamente il bastone nell'ano. Poi, bruscamente, con uno spintone, mi obbligarono a mettermi seduta sul bastone. Cominciai a sanguinare... uno di loro si avvicinò, si allungò su di me e mi violentò». Gli ufficiali della polizia turca, sospettati di aver torturato Zeynep Avei, alla fine del 1996, non sono mai stati incriminati.
Quando aveva quindici anni, i genitori di G. la diedero in sposa ad un vicino in cambio del suo aiuto nel pagare un'ipoteca sulla loro fattoria. Suo marito la violentava e la picchiava regolarmente, provocandole ferite che doveva farsi curare in ospedale. G. andò per ben due volte a chiedere la protezione della polizia, ma si sentì dire che non potevano fare niente perché si trattava di un problema personale. A vent'anni, fuggì con i suoi due bambini. I genitori e il marito la ritrovarono e fu proprio sua madre a tenerla stesa a terra mentre il marito la picchiava con un bastone. I figli furono presi dal padre e da allora non li ha più rivisti. G. è fuggita negli Stati uniti e ha fatto richiesta di asilo. L'anno scorso, il presidente del servizio immigrazione ha dichiarato al suo avvocato di avere l'intenzione di rimandarla in Salvador.
Una donna di un villaggio europeo devastato dalla guerra, una giovane kurda imprigionata dalla polizia turca, una ragazza centroamericana, madre di due figli, maltrattata e alla ricerca di un rifugio negli Stati uniti. In apparenza, poche cose le uniscono salvo il sesso e la sofferenza: vengono da paesi lontani, da comunità differenti e gli uomini che le hanno aggredite hanno storie molto diverse.
Il legame tra queste situazioni è dato dal fatto che le vittime, tutte donne, sono state seviziate. Hanno dovuto affrontare non solo violenze fisiche, ma anche il silenzio o l'indifferenza ufficiali.
In tutti e tre i casi, gli aguzzini hanno compiuto il loro atto criminale nella più completa impunità. In tutti e tre i casi, lo stato non ha preso le misure minime necessarie per proteggere le donne dalle aggressioni fisiche e sessuali. È allo stato, quindi, che va imputata la responsabilità delle sofferenze subite, indipendentemente dal fatto che l'aggressore sia un soldato, un ufficiale di polizia o un marito brutale.
I supplizi inflitti alle donne affondano le proprie radici in una cultura universale che nega la parità dei diritti e considera legittimo appropriarsi con la forza del corpo femminile per il piacere degli uomini o per fini politici. In questi ultimi decenni, un po' ovunque nel mondo, molte donne e molti militanti dei diritti umani hanno lottato con grande coraggio per frenare le violenze e ottenere una maggiore eguaglianza tra i sessi. In molti paesi hanno realizzato progressi importanti e, sul piano internazionale, hanno modificato in modo irreversibile i termini del dibattito sui diritti della persona.
Tuttavia, a dispetto di tutte le conquiste raggiunte nel mondo con l'affermazione dei loro diritti, le donne continuano a guadagnare meno degli uomini, possiedono meno beni e hanno minor accesso all'istruzione, al lavoro e alla salute. Una discriminazione largamente diffusa continua a rifiutare loro la piena parità politica ed economica.
La violenza si nutre di una discriminazione che contribuisce a perpetuarla.
Che una donna sia martirizzata in carcere, violentata dalle forze armate come «bottino di guerra», segregata in casa col terrore, tutto ciò testimonia di una profonda diseguaglianza nelle relazioni di potere tra i due sessi.
Gli autori degli atti di violenza possono essere di volta in volta ufficiali dello stato o poliziotti, guardie carcerarie o soldati.
Talvolta sono membri di gruppi armati in lotta contro il governo.
Ma la maggior parte delle aggressioni subite dalle donne nella vita quotidiana sono compiute da persone con le quali vivono, cioè membri della famiglia, della comunità o datori di lavoro. Esiste un fascio continuo di violenze degli uomini ai danni di donne su cui esercitano un controllo.
Amnesty International ha denunciato innumerevoli casi di donne torturate in prigione. Seguendo i conflitti armati, l'organizzazione ha denunciato l'abuso sessuale sistematico, usato come arma di guerra. Dal 1997, si occupa delle aggressioni commesse da singoli individui. Reclama una carta dei diritti umani per lottare contro la violenza esercitata sulle donne e sottolinea che, a norma di legge, lo stato ha il dovere di proteggerle dai maltrattamenti, siano essi imputabili a rappresentanti dello stato o a singoli. Ha stilato un rapporto in cui studia le circostanze nelle quali le aggressioni, che avvengano in carcere o a casa, costituiscono sevizie. Come punto focale della sua campagna contro la tortura, Amnesty considera gli stati responsabili di tutte le forme di violenza contro le donne, quale che sia il contesto nel quale vengono commesse e chiunque ne sia l'autore.
«Un dente spezzato in un accesso di collera, una gamba rotta durante una brutale aggressione, una vita spezzata tra grida di terrore nel pieno della notte. La litania fin troppo nota delle violenze coniugali in Kenya è costellata da racconti di questo tipo; un numero impressionante di vittime mutilate e senza risorse; bambini abbandonati che diventano preda della delinquenza; cuori feriti che piangono di vergogna. Siamo costantemente costretti a contare i morti, perché ogni giorno una nuova vittima soccombe alle percosse». Questo è il riassunto di un articolo che è valso al suo autore un premio molto ambito. Raccontare le violenze può portare gratificazioni, ma combatterle richiede tempo, mezzi, fantasia e volontà politica, oltre che un impegno costante.
Ben lontani dal fornire un'adeguata protezione alle donne, gli stati sono conniventi con le violenze, le coprono o le accettano, permettendo che si perpetuino senza ostacolarle.
Ogni anno, la violenza all'interno delle famiglie e delle comunità devasta la vita di milioni di donne. Nel giugno 2000, il segretario generale dell'Onu, Kofi Annan, ha riconosciuto che, a distanza di cinque anni dalla quarta conferenza mondiale delle donne, la violenza, pur dichiarata illegale praticamente ovunque, nei fatti è aumentata notevolmente.
Essa si radica nella discriminazione, e la rafforza. Il fallimento di uno stato nel garantire pari opportunità nell'accesso a istruzione, casa, cibo e lavoro, oltre che ai poteri pubblici, costituisce un altro aspetto della sua responsabilità nei confronti delle violenze subite dalle donne. Una costante discriminazione contribuisce a renderle scarsamente partecipi dei momenti decisionali. Farne ascoltare la voce a tutti i livelli di governo è invece fondamentale per permettere loro di contribuire a scelte politiche che sappiano contrastare le violenze e combattere la discriminazione.
Le donne povere ed emarginate sono particolarmente esposte a torture e maltrattamenti. In molti casi, scelte politiche e comportamenti razzisti e sessisti aggravano la violenza subita e amplificano una vulnerabilità esasperata da norme sociali e culturali che negano la parità dei diritti. Discriminare, negare loro i diritti elementari semplicemente perché sono donne è la regola comune.
«Salvo eccezioni, i rischi più gravi per quanto riguarda l'esposizione alla violenza non provengono da un "pericolo esterno", ma da maschi conosciuti, spesso uomini della famiglia o mariti... Ciò che colpisce è fino a che punto la situazione è identica in tutto il mondo», conclude un recente studio. La violenza domestica è un fenomeno molto diffuso.
Le cifre possono variare nei diversi paesi, ma le sofferenze e le cause sono identiche.
K. originaria della Repubblica democratica del Congo (ex-Zaire), era sposata con un ufficiale dell'esercito che la maltrattava regolarmente, picchiandola e strattonandola, spesso di fronte ai figli. La violentava in continuazione e le trasmise una malattia sessuale. Minacciò anche di ammazzarla col fucile. Durante una lite, le ruppe un dente, le danneggiò una mascella e la colpì ad un occhio con tale violenza che le dovettero mettere dei punti di sutura e le rimase poi un dolore costante al naso, al collo, alla testa, alla colonna vertebrale, alle anche o ai piedi. K., che alla fine cercò rifugio negli Stati uniti, sostenne che era inutile rivolgersi alla polizia, sia per le relazioni di suo marito con la famiglia al potere, sia perché «in Congo le donne non contano niente». Un giudice americano addetto all'immigrazione, definì «atrocità» le violenze da lei subite, ma respinse la sua richiesta d'asilo, una decisione confermata successivamente dalla corte d'appello.
In passato, la violenza domestica contro le donne era considerata un fatto privato. Oggi, la comunità internazionale l'ha esplicitamente riconosciuta come un problema di responsabilità dello stato.
Secondo stime della Banca mondiale, almeno il 20 % delle donne di tutto il mondo è stata aggredita sessualmente o fisicamente (2).
Fonti ufficiali statunitensi riportano che ogni quindici secondi una donna viene picchiata e 700mila donne sono violentate ogni anno.
Secondo alcune inchieste condotte in India, oltre il 40 % delle donne sposate afferma di essere stata picchiata o aggredita sessualmente perché il marito era scontento della cucina o della pulizia, per gelosia o per altri pretesti di vario tipo. In Kenya, tra il 1998 e il 1999, almeno sessanta donne sono morte di violenza coniugale, mentre in Egitto il 35 % ha affermato di essere stato violentato dal marito. Per milioni di donne, la casa non è un'oasi di pace, ma un luogo di terrore.
La violenza coniugale è una violazione del diritto all'integrità fisica. Può durare anni e intensificarsi nel tempo. Oltre ai danni immediati, può provocare gravi problemi di salute a lungo termine: le ripercussioni fisiche e psicologiche possono cumularsi e perdurare anche dopo che i maltrattamenti sono cessati. Può anche assumere diversi aspetti. Grazie al lavoro di vari gruppi di donne asiatiche, oggi si è molto attenti alla violenza legata a problemi di dote.
Benché nessuno possa indicare con precisione il numero di indiane picchiate, bruciate, maltrattate per questa ragione, il governo indiano ha fornito al riguardo una stima relativa di 6.929 decessi nel 1998.
Tutte le donne, di qualunque classe sociale, razza, religione ed età, subiscono la violenza degli uomini con cui vivono, ma alcune categorie sono particolarmente vulnerabili: le collaboratrici domestiche e le donne sposate contro la propria volontà. Se lo stato non agisce per prevenire, perseguire e punire simili atti, dai maltrattamenti si può arrivare alla tortura.
Il 22 settembre 1992, Bhanwari Devi, una donna che lavorava in un villaggio in costruzione, impegnata nella lotta contro i matrimoni precoci a cui vengono costretti molti bambini in India, fu violentata, nel villaggio di Bhateri, nel Rajastan, da cinque uomini di una casta superiore. La polizia rifiutò di registrare la sua querela e di procedere a un esame medico. Nel corso di un'inchiesta aperta dal governo a seguito di una massiccia mobilitazione, fu sottoposta ad un interrogatorio spossante ed irregolare. L'inchiesta confermò le sue affermazioni e fu depositata una querela. Il processo iniziò nel novembre 1994.
Nel verdetto emesso nel novembre 1995, la corte asserì che il lungo periodo di tempo trascorso prima di fare registrare la sua querela dalla polizia e ottenere un esame medico provava che la donna aveva inventato tutto. La corte sostenne inoltre che il fatto non poteva essere accaduto, perché uomini di una casta superiore non avrebbero mai violentato una donna di casta inferiore. Gli imputati furono tutti assolti.
Parte integrante della società in cui vivono, i giudici ne riflettono i valori culturali, le norme morali e i pregiudizi. Sapersi muovere fuori dai pregiudizi sarebbe il minimo per un'amministrazione giudiziaria, ma la discriminazione e l'incapacità di analizzare la violenza esercitata contro le donne finiscono per determinare a priori il modo di istruire un processo, decidere e legiferare.
In Italia, nel febbraio 1999, la Corte di Cassazione ha riesaminato un verdetto di corte d'appello in cui un istruttore di scuola guida era stato riconosciuto colpevole dello stupro di una sua allieva di diciotto anni. La Corte suprema, rilevando che la vittima al momento dell'aggressione portava un paio di jeans, ha dichiarato: «Tutti sanno ... che i jeans non possono essere sfilati, neanche parzialmente, se non con la collaborazione attiva della persona che li porta...
cosa impossibile se la vittima lotta con tutte le sue forze.» La corte ha ritenuto quindi la donna consenziente e rinviato il caso davanti ad un'altra corte, dichiarando che lo stupro non era provato.

LE MONDE diplomatique - Marzo 2001

note:
(1) Il testo è la versione pubblicata del Rapporto di Amnesty International, «Broken bodies, shattered minds. Torture and ill-treatment of women», pubblicato questo mese. È possibile leggere la traduzione italiana sul sito www.amnesty.it.
2) Sul caso francese, leggere «Nommer et compter les violences envers les femmes», Populations et sociétés, INED, Parigi, n° 364, gennaio 2001.

(Traduzione di G.P.)


L'Orrore delle Carceri Turche


L'incontro con i familiari delle vittime di un sistema carcerario violento ed ingiusto



26-01-2001 - Fonte: Womenews
Filomena Santoro ha partecipato alla delegazione italiana, promossa da Arci, Assopace, Antigone e Azad, invitata ad Istambul dall'Associazione per i diritti umani in Turchia, per verificare le conseguenze della repressione dello sciopero della fame e dell'internamento nelle celle d¹isolamento delle prigioni speciali, di tipo f, turche.
Questo il suo drammatico racconto.

Durante i quattro giorni di permanenza abbiamo incontrato numerose associazioni di avvocati, architetti, ingegneri, difensori dei diritti umani, esponenti della società civile impegnati a proprio titolo per i diritti dei prigionieri politici.
L'incontro per me più toccante è stato con i famigliari dei detenuti, che erano stati rilasciati da pochissimi giorni.
Nella stanza dove era stato fissato l'incontro, c'erano almeno una cinquantina di persone, tra madri, padri, fratelli, sorelle, o persone che hanno qualcuno che amano chiuso in prigione: nei loro occhi c'era tristezza, preoccupazione e, allo stesso tempo, determinazione e rabbia.

Mi raccontano: "Le prigioni sono una ferita nel corpo politico di questo stato, una ferita che non si chiude mai perché in questo paese non si permette a nessuno di guarirla.
Le autorità che lasciano aperta questa ferita dicono di averlo fatto per salvare la vita ai nostri figli in sciopero della fame.
Nessuno si chiede chi siano i prigionieri: dicono solo che sono terroristi che infrangono le regole e vanno fermati." "L'autorità difende questo tipo di opinione attraverso la televisione e i giornali, e noi, parenti dei detenuti, sostiamo tutti i giorni davanti alle carceri.
I nostri figli sono dentro le mura, insieme ai soldati coi fucili, fuori ci sono veicoli dei pompieri, ambulanze e polizia in uniforme. Quando vedi tutto ciò, immagini cosa sta succedendo dentro e sai che presto scorrerà molto sangue. I corpi vengono portati fuori senza che si possa riconoscere i volti.
Il nostro mondo si oscura, la rabbia e la sete di vendetta prendono il posto dell'ingiustizia immorale cui assistiamo. Non ci sono limiti alle menzogne dei media, che dicono che bisogna ristabilire l'autorità nelle prigioni per risolvere l' "unico ostacolo" all'entrata della Turchia nell'Unione Europea". Scrittori, artisti e filosofi scrivono come al solito in ritardo su questo problema, criticando i massacri e gli omicidi sempre solo dal punto di vista morale: "non ci sono più diritti umani, è un peccato per la democrazia" e poi si riuniscono con gli ufficiali, con i burocrati, per discutere del problema delle prigioni.
"Ogni volta ci propongono nuovi tipi di prigioni, di tipo F, di tipo L, di tipo EŠ ma questa soluzione è contraria ai valori umanitari: l'importante è che coloro che sono dentro le mura si arrendano".

Alba tragica
All'alba del 19 dicembre l'esercito è entrato con i blindati nelle prigioni, ha usato fucili, bombe chimiche, "ha bruciato le celle, ha sparato e torturato senza pietà i nostri ragazzi.
Eravamo fuori per sapere cosa stesse succedendo, ma la polizia non ci faceva avvicinare.
L'esercito aveva abbattuto le mura del carcere con i buldozer e c'erano soldati armati sui tetti, dalle finestre usciva fumo, tanto fumoŠ Poi hanno iniziato ad uscire le ambulanze, trasportando corpi carbonizzati!
Che razza di autorità è quella che compie un simile massacro contro i prigionieri che avevano come armi solo slogan da gridare dentro le mura di un carcere?
Molti di loro erano da due mesi in sciopero della fame, erano deboli, sfiniti: come avrebbero potuto difendersi?
Trenta prigionieri sono morti nell'operazione e a centinaia stanno morendo nel silenzio, lasciati senza cure in balia delle torture dei militari.
Negli ospedali i medici sono militari perché i civili sono stati picchiati e allontanati, e, non solo non li curano, ma continuano a picchiarli selvaggiamenteŠ!".
Un'altra donna racconta: "I militari non volevano farmi vedere mio figlio perché abbiamo cognomi diversi, così sono dovuta tornare nel mio paese e procurarmi tantissimi documenti.
C'è voluto molto tempo. Quando sono riuscita a vederlo era completamente nudo, gli avevano messo addosso solo una coperta lercia e sentiva molto freddo.
Gli hanno rasato il capo, il suo viso era irriconoscibile, tutto il corpo era pieno di lividi e ferite.
Aveva problemi di respirazione conseguenti all'ampio uso di gas durante l'operazione e aveva ancora nella gamba pezzi metallici dell'arma da fuoco che lo ha ferito.
Era sfinito, troppo esausto per parlare.
Mi ha detto solo che sono sottoposti a costanti torture fisiche e psicologiche. Non sanno nulla di quanto accade fuori dalla loro cella".
Altre madri mi avvicinano, tutte vogliono raccontarmi la loro storia, ma è tardi, ci vedremo il pomeriggio successivo.

Laura
Una signora e la sua famiglia insistono perché vada a dormire a casa loro. Lungo la strada ci imbattiamo in una specie di blocco: due blindati e numerosi poliziotti col mitra.
Ci vengono incontro, ma quando notano la mia presenza ci lasciano passare.
Mentre aspettiamo il bus, una ragazza mi racconta di suo fratello: "Un giorno aspettava l'autobus, proprio dove siamo noi ora, la polizia si è avvicinata e lo ha preso.
E' stato trattenuto per cinque giorni durante i quali non gli è stato permesso di contattare né la famiglia, né un avvocato.
Lo hanno torturato senza alcuna pietà, tanto che ha avuto un attacco di cuore, e aveva solo vent'anni!
E' evidente che il loro scopo è quello di ridurci al silenzio, di annientarci, ma non ci riusciranno mai e dovranno pagare per la loro barbarie".
La casa di Laura è molto semplice: la polizia ha sequestrato tutto nelle precedenti perquisizioni. Suo marito e sua figlia sono chiusi da anni in prigione: sua figlia è ancora in attesa di giudizio.
Mi spiegano l'atmosfera da vero e proprio stato di guerra che si respira in Turchia: "Bisogna controllare ogni singola parola che esce dalle nostre labbra, anche un solo errore ci porterebbe al commissariato".

Il giorno seguente ho incontrato una donna e due uomini che erano nelle prigioni dove c'è stata l'operazione, paradossalmente chiamata "ritorno alla vita", i loro racconti sono agghiaccianti.
"L'attacco militare è stato molto violento: a causa della gran quantità di gas lacrimogeni era impossibile respirare e capire quanto stava accadendo, lo stato confusionale dei detenuti era totale. Molti erano incapaci di alzarsi dai letti perché in sciopero della fame da più di un mese.
C'era una pioggia di bombe e proiettili, i soldati sparavano su chiunque si trovasse a tiro. Stupri con manganelli, torture sessuali spietate contro le detenute, "passeggiate" sulle schiene dei detenuti gettati a terra, bastonate, linciaggi, le violenze sono continuate anche nel corso dei trasferimenti nelle carceri speciali e negli ospedali".
"I detenuti sono nudi, privi di tutto, coperte, luce, riscaldamento, acqua, zucchero: almeno 350 detenuti sono in fase terminale, le loro condizioni fisiche sono estremamente critiche e non arriveranno a vivere fino a febbraio".

La polizia Ad un certo punto entra la polizia nella sede dell'associazione; cerco di capire che cosa vogliono, ma una donna mi prende per mano e mi trascina in una piccola cucina.
Ci nascondiamo in un angolo, lontane dagli sguardi dei poliziotti.
"Io abito molto lontano dalla prigione dove hanno messo mio figlio" mi racconta "Dopo l'operazione sono riuscita a vederlo una sola volta e per pochissimi minuti.
Non potevo toccarlo perché la conversazione era solo telefonica e c'era il soldato che ascoltava tutto.
Quando lo hanno portato da me, non riusciva a stare in piedi, era nudo con una sudicia coperta sulle spalle. Aveva il naso e le costole rotti, non riusciva a muovere le mani ustionate.
Lo hanno messo in totale isolamento, senza dargli neppure l'acqua, al freddo e al buio. Le condizioni in cui li tengono sono disumane".

Una ragazza aggiunge con rabbia: "Questo sistema è ingiusto e criminale! Il governo è colpevole di torture, repressione, terrore e massacri: ogni giorno inventa nuovi tipi di prigioni, più sofisticate e mirate all'annientamento psicofisico di coloro che non la pensano allo stesso modo.
A chi parla di democrazia in Turchia, chiedo cosa pensa di queste prigioni e del sistema che ne regola il funzionamento.
La gente qui non si sente sicura a manifestare per le strade: ogni piccola agitazione di protesta, anche la più pacifica, è vista come un crimine, la tortura, invece, è considerata un incidente isolato.
In Turchia, questa, è la storia di tutti i giorni, la nostra vita è fatta di tortura e violenza". Per noi è giunta l'ora di tornare in Italia. Le madri mi ringraziano.
Mi ringraziano, ma di cosa?

Al mio rientro in Italia ho appreso che molte delle persone che ho incontrato e conosciuto sono state arrestate. Centinaia di persone moriranno nei prossimi giorni, nel silenzio, e il loro posto verrà occupato dai loro famigliari e da quanti altri hanno protestato e cercato di fermare questo massacro.

di Filomena Santoro

Fonte: www.womenews.net


La Fame nel Mondo

Un pianeta urla per la fame

800 milioni di persone senza cibo

Un mondo condannato alla fame ed alla sofferenza. Sono 800 milioni le persone, da un emisfero all'altro, che soffrono di fame. E non basta, perché la malnutrizione riguarda un numero ben superiore di persone: oltre 2 miliardi.
Nel corno d'Africa, cuore della disperazione, l'80% della popolazione soffre di gravi malattie legate alla malnutrizione. I bambini sono soggetti alla caduta di capelli, fino alla calvizie, alla perdita delle unghie e talvolta anche del primo strato di pelle. I1 mondo è pieno di affamati perché le risorse sono mal distribuite. Per questo non è sufficiente aumentare la produzione alimentare, ma combattere la lotta su più piani: da una parte sviluppare l'agricoltura nelle zone più povere, proteggendo le economie rurali, e dall'altra correggere certi effetti dell'economia globalizzata: caduta dei prezzi dei prodotti agricoli, diffusione incontrollata delle colture industriali volute dai gruppi economici più forti, liberazione dei contadini e dei paesi poveri dal giogo dell’indebitamento.
Occorrono interventi strutturali in grado di modificare le tendenze spontanee dell'economia mondiale. È necessario che i bisogni ed i contributi dei paesi in via di sviluppo ottengano una giusta considerazione nel commercio mondiale. Liberare dalla fame significa anche liberare dalla guerra, ha detto il Pontefice in un Suo messaggio.
 "Liberare dalla fame milioni di esseri umani non è impresa facile e presuppone di estirpare le stesse cause alle radici della fame, come guerre e conflitti interni".
La FAO ha calcolato in 10 centesimi di dollaro a persona all’anno il costo di una integrazione a base di ferro. (l'anemia è la principale malattia da regime alimentare - colpisce un miliardo e mezzo di persone) del cibo destinato alle persone anemiche. Nella sola India un'operazione del genere verrebbe a costare 44 milioni di dollari l'anno. In Thailandia si è avuto successo con un programma che, prima di aggredire la malnutrizione combatte la povertà. Il programma ha dato vita ad una serie di iniziative produttive che comprendono
l'introduzione di tecnologie agricole più moderne, la creazione di migliaia di centri di allevamento di bestiame, ed il miglioramento delle strutture educative e dei servizi sociali: la carenza di proteine è stata ridotta così da una prevalenza del 51 fino al 21% in termini globali, mentre le forme più drastiche di malnutrizione sono calate dal 2,1% allo 0,01.

 RAPPORTO UNICEF

È allarme rosso per la situazione infanzia ne1 mondo
Ogni anno 11 milioni di bambini muoiono per cause facilmente prevenibili e molti altri si “perdono in mezzo ai
vivi”, resi invisibili dalla miseria,non registrati alla naseita o costretti a lavorare in condizioni estreme. Come i bambini soldato, o quelli nei bordelli, vittime dello sfruttamento sessuale. Oltre 600 milioni,sotto i 5 anni, devono sopravvivere con meno di un dollaro al giorno, 200 milioni sono affetti da rachitismo per malnutrizione e oltre 110 non vanno a scuola.

AIDS

Ogni minuto 6 ragazzi sotto i 25 anni vengono infettati dall’HIV e l’AIDS colpisce soprattutto l’Africa: su 2,8 milioni di persone morte lo scorso anno il 79% erano africani.

RACHITISMO

Carenze alimentari e mancanza di cure adeguate pregiudicano la crescita del bambino nei primi anni di vita. Nei Paesi in via di sviluppo il 39% dei piccoli sotto i 5 anni é affetto da rachitismo, mentre sono oltre 170 milioni quelli sottopeso.

VACCINAZIONI

30 milioni di bambini non sono protetti dalle vaccinazioni obbligatorie (nel primo anno di età) e tra questi 11 milioni muoiono per malattie che si potrebbero prevenire.

ACQUA E SERVIZI IGIENICI

Più di un miliardo di persone continua a non avere accesso all'acqua potabile ed un terzo della popolazione mondiale non dispone di servizi igienici, soprattutto in Cina, Congo, Etiopia, India. Mentre sono 2 milioni i bambini che muoiono per malattie diarroiche ed altri disturbi legati al consumo d'acqua.

MATERNITA' ASSISTITA

44 milioni di donne non ricevono alcuna assistenza durante la gravidanza ed il parto. Questa é ogni anno la causa di morte di circa 600.000 puerpere e 5 milioni di neonati prima, durante il parto o nella prima settimana di vita. Ancora oggi nel mondo oltre 130 milioni di donne hanno subito la mutilazione degli organi genitali.

COSA FARE

 Tutti gli uomini devono e possono battersi per la tutela dei diritti umani, troppo spesso violati. Non può esserci sviluppo se questo non è planetario, ed obiettivi dello sviluppo sono quelli di assicurare una condizione di vita dignitosa, un'alimentazione adeguata, un'assistenza sanitaria, istruzione, lavoro e protezione contro le calamità.
Intervenire in aiuto delle Nazioni povere e di combattere la povertà attraverso ogni mezzo: sostenere i programmi internazionali; diffondere il messaggio con campagne di informazioni capillari e ripetute nel tempo al fine di sensibilizzare sempre più il cittadino; promuovere incontri con le Istituzioni cooperando con esse per istituire centri di raccolta e per formalizzare programmi di intervento educativo; attivarsi con i media per diffondere l’obbligo della difesa dei diritti umani.


'114' Emergenza Infanzia - Telefono Azzurro

Dove c'è un bambino maltrattato, massimo è il bisogno di solidarietà e di collaborazione dell'intera società, Istituzioni Pubbliche o soggetti privati.
Il "114" Emergenza Infanzia di Telefono Azzurro, e' un servizio di sostegno e ascolto all'infanzia in difficoltà. Realizzato da Telefono Azzurro, in accordo con i Ministeri delle Comunicazioni, delle Pari Opportunità e del Welfare.



PENA DI MORTE E MINORI
La pena di morte nel mondo
La legge internazionale vieta sia il carcere a vita sia la condanna a morte e l’esecuzione di persone minori di 18 anni all’epoca del reato. Questo divieto non intende minimizzare il crimine commesso, ma esprime il riconoscimento che i minori, in quanto individui in crescita e con una personalità in evoluzione, più facilmente di un adulto hanno la capacità di riabilitarsi, di reinserirsi nella società e di riacquistare o acquisire per la prima volta quei principi etici che regolano un’armonica vita sociale. Lo scopo principale dei diritto minorile è quindi quello della riabilitazione e dell’integrazione del minore nella società. La condanna a morte nega questa possibilità e relega la giustizia ad un ruolo esclusivamente punitivo.
Nonostante il divieto della pena di morte, molti paesi del mondo continuano a condannare a morte e, anche se per fortuna in pochi casi, a permettere le esecuzioni di minori.
Nell’ultimo decennio vi sono state esecuzioni di minorenni in Nigeria, Pakistan, Iran, Iraq, Arabia Saudita, Yemen, Repubblica Democratica del Congo. Negli USA vi sono state esecuzioni di detenuti che erano stati condannati a morte per reati compiuti quando erano minorenni (vedi sotto).
MINORENNI CONDANNATI/GIUSTIZIATI (gennaio 1990 - luglio 2001)
Paese Nome Età Data dell’esecuzione
USA Dalton Prejean 17 anni al momento del reato (1977) 18 maggio 1990
Iran Kazem Shirafkan 17 anni al momento dell’esecuzione 1990
Iran 3 ragazzi Uno di 16 e due di 17 anni all’esecuzione 29 settembre 1992
USA Johnny Garret 17 anni al momento del reato 11 febbraio 1992
Arabia Saudita Sadeq Mal-Allah 17 anni al momento della condanna 3 settembre 1992
Pakistan ignoto 17 anni al momento dell’esecuzione 15 novembre 1992
USA Curtis Harris 17 anni al momento del reato (1978) 1 luglio 1993
Yemen Nasser Munir Nasser al’Kirbi 13 anni al momento dell’esecuzione 21 luglio 1993
USA Frederick Lashey 17 anni al momento del reato 28 luglio 1993
USA Ruben Cantu 17 anni al momento del reato 24 agosto 1993
USA Christopher Burger 17 anni al momento del reato (1977) 7 dicembre 1993
Nigeria Chidiebore Onuoha 17 anni al momento dell’esecuzione 31 luglio 1997
Pakistan Shamun Masih 14 anni al momento del reato 30 settembre 1997
USA Joseph Cannon 17 anni al momento del reato (1977) 22 aprile 1998
USA Robert Carter 17 anni al momento del reato (1981) 18 maggio 1998
USA Dwayne Wright 17 anni al momento del reato (1989) 14 ottobre 1998
USA Sean Sellers 17 anni al momento del reato 4 febbraio 1999
Iran Ebrahim Qorbanzadeh 17 anni al momento dell’esecuzione ottobre 1999
Iran Jasem Ebrahimi 17 anni al momento dell’esecuzione gennaio 2000
USA Christopher Thomas 17 anni al momento del reato (1991) 10 gennaio 2000
USA Steve Roach 17 anni al momento del reato (1995) 13 gennaio 2000
R.D. Congo Kasongo (bambino soldato) 14 anni al momento dell’esecuzione 15 gennaio 2000
USA Glenn McGinnis 17 anni al momento del reato (1990) 25 gennaio 2000
USA Gary Graham 17 anni al momento del reato (1981) 22 giugno 2000
USA Napoleon Beazly 17 anni al momento del reato 28 maggio 2002
totale esecuzioni 26, di cui 15 negli USA

Legislazione internazionale
L’uso della pena di morte contro persone minori di 18 anni è proibito da numerosi trattati internazionali:
il Patto Internazionale sui Diritti Civili e Politici (art. 6(5)): “Una sentenza capitale non può essere pronunciata per delitti commessi dai minori di 18 anni ...”
la Convenzione sui Diritti dell’Infanzia (art. 37(a)): “... Né la pena capitale né l’imprigionamento a vita senza possibilità di rilascio devono essere decretate per reati commessi da persone di età inferiore a 18 anni.”
la Convenzione Americana sui Diritti Umani (art. 4(5)): “Una sentenza capitale non può essere pronunciata per delitti commessi da persone che avevano meno di 18 annial momento del crimine...”
Tutti i paesi che hanno comminato la pena di morte, ad eccezione degli Stati Uniti, hanno ratificato sia la Convenzione sui Diritti dell’Infanzia sia il Patto Internazionale sui Diritti Civili e Politici. A seguito della ratifica della Convenzione sui Diritti dell’Infanzia lo Yemen nel 1994 ha abolito la pena di morte per i minorenni e nel 1997 anche la Cina, di cui comunque non risultavano esecuzioni note di minori, ha adeguato la sua legislazione agli obblighi stabiliti dalla Convenzione. Infine il 1 luglio 2000 il Pakistan ha vietato la condanna e l’esecuzione di minori di 18 anni e nel 2001 tutte le condanne a morte (circa 100) sono state commutate. Dal 1997 le sole esecuzioni note di minorenni sono avvenute negli USA, in Iran e nella Repubblica Democratica del Congo.
Gli Stati Uniti hanno ratificato solo il Patto sui Diritti Civili e Politici, ponendo una riserva all’art. 6(5). Tuttavia la Commissione Onu sui Diritti Umani, ha stabilito che la riserva degli USA è in contraddizione con gli obiettivi e gli scopi del trattato e dovrebbe essere ritirata. C’è da aggiungere che il divieto della pena di morte per i minori è diventato un principio di diritto consuetudinario e perciò è vincolante per tutti gli Stati, indipendentemente dai trattati che essi hanno ratificato.
La pena di morte negli USAStati degli USA in cui è consentita l’esecuzione di minorenni all’epoca del reato:Alabama, Arizona, Arkansas,
Delaware, Florida, Georgia,
Idaho, Indiana, Kentucky,
Louisiana, Mississippi, Missouri, Montana, Nevada, Nord Carolina, Oklahoma, Pennsylvania, Sud
Carolina, Sud Dakota, Texas, Utah, Virginia, Washington, Wyoming.
Gli USA hanno iniziato il 21mo secolo con l’esecuzione di Christopher Thomas, di Steve Roach e di Glenn McGinnis, tutti e tre 17enni al momento del crimine per cui vennero condannati. Sono 10 i minorenni condannati a morte e poi giustiziati negli USA, dal 1997 (vedi sopra). Vi sono inoltre una ottantina di detenuti, minorenni al momento del reato, in attesa di esecuzione.
Nel giugno del 1989, una sentenza della Corte Suprema stabilì che era accettabile l’esecuzione di criminali di 16/17 anni e affermò che gli standard internazionali erano irrilevanti e che ciò che contava veramente era la “... concezione americana della decenza”.
Le ricerche condotte da Amnesty International mettono in luce come molti giovani accusati di crimini per cui era prevista la pena di morte erano stati privati dei più elementari diritti processuali. In alcuni casi la giovane età non era stata considerata un’attenuante. Inoltre la maggior parte di questi giovani portava sulle spalle una storia di abusi e di violenze risalenti all’infanzia, contro cui lo Stato non era mai intervenuto a proteggerli; altri erano affetti da disturbi psichici, altri erano dotati di un quoziente di intelligenza inferiore alla media o erano ritardati mentali; qualcuno aveva commesso il suo crimine sotto l’effetto dell’alcool o della droga. Nella maggior parte dei casi neppure queste circostanze attenuanti sono state prese in considerazione.
Diciamo no alla pena di morte
Tutte le esecuzioni trasmettono il messaggio contraddittorio che si può uccidere per insegnare che è sbagliato uccidere. L’esecuzione di un minore aggiunge però un altro pericolo: è il segnale che è possibile per uno Stato non rispettare le leggi internazionali. Se uno Stato può decidere quale trattato sui diritti umani vuol rispettare e quale no, si mina tutto il sistema internazionale di protezione dei diritti umani e il rispetto degli stessi diritti perde il suo valore e la sua universalità.
Manifesto di Amnesty International


Disordini  di Protesta in Tibet, il Dalai Lama chiede aiuto: «È un genocidio culturale»

«Un genocidio culturale»: dopo i cento morti in Tibet, il leader spirituale dei monaci, il Dalai Lama, racconta l’inferno che da giorni non fa dormire Lhasa e le altre città del Tibet. Domenica sulla capitale è sceso il coprifuoco e non si registrano più le drammatiche scene di violenza che sabato hanno fatto il giro del mondo, dopo che anche i turisti stranieri descrivevano una città fantasma, percorsa solo dai mezzi cingolati della polizia militare e dove, per il secondo giorno consecutivo, testimoni affermavano di aver visto delle persone in borghese sparare dalle auto sui passati.

Lunedì scade l’ultimatum della Cina: tutti i rivoltosi accusati di aver dato alle fiamme scuole, ospedali, negozi, case e di aver ucciso almeno 10 persone devono consegnarsi alle autorità «entro la mezzanotte di lunedì. Sarà garantito un giudizio mite e clemente».

Ma il Dalai Lama chiede aiuto: «Qualche organizzazione internazionale rispettata – ha detto – potrebbe accertare quale sia la situazione in Tibet e quali le cause dei disordini. Che il governo cinese lo ammetta oppure no – ha concluso – esiste un problema: un'antica tradizione culturale è in serio pericolo. Intenzionalmente o no, è in corso una sorta di genocidio culturale». E ricorda alla Cina che «ha l'obbligo di comportarsi in modo consono a chi ospita le Olimpiadi».

Condanne e richieste di mettere la parola fine alle violenze sono arrivate dall’Italia, dove il ministro degli Esteri Massimo D'Alema ha chiesto «alla Cina di avviare un dialogo con i rappresentanti del popolo tibetano, a cominciare dal Dalai Lama. Veramente lo chiediamo alla Cina da molti anni – ha aggiunto – non è qualcosa che ci muova ora di fronte a questi episodi drammatici di repressione. È una richiesta che torniamo ad avanzare con molto forza».

Anche il ministro degli Esteri tedesco Frank Walter Steinmeier ha telefonato al suo omologo cinese Yang Jiechi, invitandolo «alla massima trasparenza sui fatti accaduti nella regione», mentre il segretario di Stato americano, Condoleezza Rice, ha chiesto al governo cinese di dare «prova di moderazione» nella sua reazione alle manifestazioni anti-cinesi in Tibet e «di rilasciare tutti i monaci e gli altri che sono imprigionati unicamente per aver espresso la propria opinione». Nessun accenno invece nell’angelus domenicale di Papa Benedetto XVI che ha detto invece «basta con l’odio in Iraq».

Comunque anche domenica, la repressione non si è fatta mancare: almeno sette tibetani sono stati uccisi da colpi di arma da fuoco nel corso di una manifestazione di protesta svoltasi a Ngawa, distretto a maggioranza tibetana nella provincia cinese di Sichuan e alla quale hanno partecipato circa 200 persone. Le autorità cinesi hanno infine bloccato l'accesso internet al sito di YouTube dopo che vi erano comparsi decine di filmati di protesta contro la repressione in Tibet. In compenso, nessuna scena degli scontri o delle reazioni di protesta all'estero era presente sugli analoghi siti web cinesi quali 56.com, youku



Adozioni a Distanza

Filosofia alla base del sostegno a distanza

L'adozione a distanza è ormai diventato in Italia un fenomeno di vaste proporzioni. E' sostenuto da tantissime associazioni che, essendosi organizzate con grande spirito di solidarietà e generosità, intervengono laddove il problema esiste, ossia in quelle famiglie che, quasi sempre a causa di un’estrema povertà e miseria, sono soggette alla disgregazione. In queste situazioni, a rimetterci sono sempre i bambini. L'intervento consiste proprio nell’aiutare queste famiglie ad essere la culla nella quale questi bambini devono vivere. L'adozione a distanza è un’operazione che, una volta fatta, pur nella pluralità d’intervento delle singole associazioni che lo promuovono, rappresenta comunque qualcosa di utile. In realtà, in tutti questi anni, le associazioni che si occupano di sostegno a distanza si sono organizzate, molto bene. Esse infatti hanno attivato veri e propri progetti che offrono al bambino di cui si occupano, concrete opportunità di sviluppo e, quindi, un futuro. Si prende in cura, ove possibile, anche la famiglia.
 L'adozione a distanza è sulla linea della prevenzione in quanto il suo obiettivo è di permettere che i bambini rimangano nel Paese in cui sono nati. Ma riguardo all’abbandono, il sostegno a distanza interviene anche nel nostro paese. Infatti le nostre associazioni conducono, in Italia, una forte azione educativa nei confronti dei sostenitori. In genere, i sostenitori sono spinti da una generosità propria, che magari hanno sviluppato attraverso varie esperienze nella loro vita, ma inserendosi nelle nostre associazioni essi vivono una continua formazione e una continua sensibilizzazione verso i problemi del terzo mondo, della povertà, dell’infanzia. Ciò che succede è che, in seguito, queste persone — o famiglie - si aprono alle urgenze che viviamo in Italia e, molto spesso si orientano verso i servizi sociali italiani. C’è una ricaduta positiva, quindi, anche nel territorio italiano.
La forza del sostegno a distanza, è una risorsa propria del paese, uno Strumento di Cooperazione internazionale mirato all’infanzia, ma anche un bene del quale tenere conto nelle trattative con i paesi esteri, sapendo che lì c’è un lavoro che si è già svolto prima. Interventi importanti vengono fatti, ad esempio nei confronti dei bambini ammalati di AIDS, o dei bambini orfani a causa di questa terribile malattia in molti paesi in via di sviluppo. Le nostre associazioni rappresentano una varietà bellissima. Attraverso la specificità e sensibilità di ciascuna si tenta di dare una risposta, spesso riuscendoci, a tanti diversi problemi che affliggono il mondo. Questa forza della società civile, è  quella parte di società che non sta con le mani in mano, ma si guarda intorno, è efficace ed attiva e può collaborare con le istituzioni, in modo fattivo e concreto.