LA CADUTA DI BABILONIA LA GRANDE (Apocalisse 17-1-18) Poi uno dei sette angeli che avevano le sette coppe venne a dirmi: «Vieni, ti farò vedere il giudizio che spetta alla grande prostituta che siede su molte acque. I re della terra hanno fornicato con lei e gli abitanti della terra si sono ubriacati con il vino della sua prostituzione». Egli mi trasportò in spirito nel deserto; e vidi una donna seduta sopra una bestia di colore scarlatto, piena di nomi di bestemmia, e che aveva sette teste e dieci corna.
La donna era vestita di porpora e di scarlatto, adorna d'oro, di pietre preziose e di perle. In mano aveva un calice d'oro pieno di abominazioni e delle immondezze della sua prostituzione. Sulla fronte aveva scritto un nome, un mistero: BABILONIA LA GRANDE, LA MADRE DELLE PROSTITUTE E DELLE ABOMINAZIONI DELLA TERRA. E vidi che quella donna era ubriaca del sangue dei santi e del sangue dei martiri di Gesù. Quando la vidi, mi meravigliai di grande meraviglia. L'angelo mi disse: «Perché ti meravigli? Io ti dirò il mistero della donna e della bestia con le sette teste e le dieci corna che la porta. La bestia che hai vista era, e non è; essa deve salire dall'abisso e andare in perdizione. Gli abitanti della terra, i cui nomi non sono stati scritti nel libro della vita fin dalla creazione del mondo, si meraviglieranno vedendo la bestia perché era, e non è, e verrà di nuovo. Qui occorre una mente che abbia intelligenza. Le sette teste sono sette monti sui quali la donna siede. Sono anche sette re: cinque sono caduti, uno è, l'altro non è ancora venuto; e quando sarà venuto, dovrà durar poco. E la bestia che era e non è, è anch'essa un ottavo re, viene dai sette, e se ne va in perdizione. Le dieci corna che hai viste sono dieci re, che non hanno ancora ricevuto regno; ma riceveranno potere regale, per un'ora, insieme alla bestia.
Essi hanno uno stesso pensiero e daranno la loro potenza e la loro autorità alla bestia. Combatteranno contro l'Agnello e l'Agnello li vincerà, perché egli è il Signore dei signori e il Re dei re; e vinceranno anche quelli che sono con lui, i chiamati, gli eletti e i fedeli». Poi mi disse: «Le acque che hai viste e sulle quali siede la prostituta, sono popoli, moltitudini, nazioni e lingue. Le dieci corna che hai viste e la bestia odieranno la prostituta, la spoglieranno e la lasceranno nuda, ne mangeranno le carni e la consumeranno con il fuoco. Infatti Dio ha messo nei loro cuori di eseguire il suo disegno che è di dare, di comune accordo, il loro regno alla bestia fino a che le parole di Dio siano adempiute. La donna che hai vista è la grande città che domina sui re della terra».
Bisogna essere onesti e obiettivi e chiedersi:Perché la donna è già conosciuta da Giovanni che si meraviglia quando gli viene mostrata? La conosceva forse? Chi è davvero? Qualcuno che forse non ci si aspetta che sia? - Perché la Regina dei Cieli dice sempre che non si è acnora rivelata e lo farà solo alla fine?
- Perché in tutta la Bibbia, persino nell'Antico Testamento, ricorre la figura della Regina dei Cieli la falsa dea condannata da Dio con tutti i suoi seguaci?
- Quale città potente del mondo siede su sette colli e ha rapporti politici con tutto il mondo?
- Chi nel corso della storia ha fatto versare sangue in nome della "fede" e del potere politico?
- Chi ha fornicato (tradito Dio) commettendo idolatria?
- Chi è che vive nel lusso con pietre preziose, oro e veste di rosso?
- Chi si sta lasciando corrompere dalle apparizioni mariane e quindi da Satana in questi ultimi tempi?
- Qual'è la falsa chiesa sempre più idolatra e potente degli ultimi tempi di cui si parla in Apocalisse?
- Obiettivamente, la figura chiave del cattolicesimo, la massima icona, la divinità alla quale si rivolgono più preghiere, è Maria o Cristo?
La Bibbia ci avverte infine:Uscite da essa, o popolo mio, affinché non siate complici dei suoi peccati e non siate coinvolti nei suoi castighi (Apocalisse 18:4)
Conseguenze delle apparizioniMentre le apparizioni mariane possono, a volte, sembrare storie insignificanti raccontate da bambini senza cultura che raccontano di esperienze di incontri con una signora su una montagna sperduta, esse hanno avuto un effetto significante nella Chiesa Cattolica Romana. Le conseguenze di queste apparizioni: - Hanno portato la chiesa cattolica a sfociare nel Marianesimo e a spostarsi dalla figura centrale di Gesù a sua Madre come mediatrice della grazia.
- La conversione di milioni di persone al cattolicesimo romano.
- La costruzione di alcune delle più grandi chiese mariane mai esistite prima.
- La formazione dei più grandi movimenti mariani mai esistiti prima.
- Il diffondersi dei dogmi e dottrine della devozione mariana.
- Pellegrinaggi di centinaia di milioni di persone sui luoghi dove sono state riferite le apparizioni.
ConsiderazioniE' appurato che durante i primi secoli non esistevano accenni alla devozione mariana tra i primi cristiani, né gli apostoli, né Gesù diedero mai indicazioni circa la preghiera a Maria o altri. Anzi, la Bibbia condanna tali pratiche. E' ovvio che le dottrine mariane sono sorte dopo, nel corso dei secoli, in seguito a queste apparizioni. Il tutto fa pensare al fatto che dietro alle apparizioni non ci sia la devota e umile madre di Gesù, bensì il nemico.
PerchÉ questo?
- Perché la Bibbia, che è la Parola di Dio, non ne parla, anzi condanna tali pratiche;
- Perché i primi cristiani non si sognavano minimamente di rendere il loro culto a qualcun altro che non fosse Dio, facendo diventare il cristianesimo una religione pagana monoteista;
- Perché i padri della chiesa erano contrari a questa dottrina popolare;
- Perché il diavolo è ingannatore sin dagli albori e si è sempre mostrato sotto diverse spoglie in tutta la storia;
- Perché il diavolo, chiamato anche "œangelo di luce" nella Bibbia, è capace di fare guarigioni (vedi Giobbe) "œsegni e prodigi per sedurre anche gli eletti";
- Perché il diavolo è così astuto da mischiare verità e menzogna per sedurre, così come aveva fatto con Adamo ed Eva;
- Perché il diavolo sta facendo infrangere, ai devoti mariani, il primo e il secondo comandamento di Dio, portandoli all'idolatria e alla dannazione, offuscando le loro menti;
- Perchè, nei messaggi, l'apparizione non ha mai riconosciuto il nome di Gesù dicendo che è "œDio venuto nella carne" (e la Bibbia ci dice che questo è il segno dei messaggeri celesti che vengono da Dio). L'apparizione si è limitata a portare messaggi di pace, segreti, e lacrime da parte sua e del Figlio.
- Perché il diavolo è astuto e sa che non può accaparrarsi le anime dicendo "œSono Satana, venite dietro a me!" quindi ha trovato un metodo che funziona alla grande.
- Perché Dio glie lo permette per metterci alla prova, così come è scritto nella Bibbia.
Ricorda: non è tutto oro ciò che luccica! Se credi di essere un vero cristiano, faresti bene ad investigare la Scrittura, perché non puoi fidarti del tuo cuore, che è un cuore ricolmo di peccato da quando il peccato originale è entrato nel mondo. Hai bisogno di discernimento che può darti solo Dio nella sua PAROLA.
I PROFETI EZECHIELE: non arrendersi
di LUIGI VARI, biblista
Tutti i commenti sul profeta Ezechiele sottolineano la grande difficoltà di linguaggio e la confusione redazionale che caratterizza questo libro; ma tutti parlano anche del fascino che queste pagine hanno, dell'attrazione che esercitano su noi che leggiamo. Il fascino di Ezechiele nasce molto dal fatto che egli vive il suo ministero in terra di esilio, per cui si trova a condividere l'evento più traumatico del suo popolo. Il biblista G. Ravasi nel suo libro "I profeti" lo definisce "parroco degli esiliati", dunque legato alla sua gente e nello stesso tempo impegnato a fare in modo che la comune esperienza di sofferenza non divenisse distruttiva. Il messaggio di Ezechiele non è univoco, si tende a distinguere un messaggio più duro, volto a far prendere coscienza degli eventi dolorosi, quali quello della distruzione di Gerusalemme; messaggio per molti versi impietoso, ed un messaggio volto a far rinascere la speranza. Se riflettiamo un po', possiamo trovare una coerenza in questo passaggio dalla denuncia all'incoraggiamento. L'esperienza dell'esilio si pone nella esperienza del popolo come conclusiva di una lunga storia di infedeltà. Può accadere, quando ci troviamo a dover pagare il conto di nostre scelte sbagliate, di sfuggire alle nostre responsabilità ed innescare un processo che porta al vittimismo. Questo processo oltre a non risolvere il problema lo aggrava nella misura in cui ci impedisce di fare i conti con la realtà. Quello che Ezechiele fa, nella prima parte del suo messaggio, è un'analisi della situazione dove le responsabilità di tutti vengono messe alla luce. Così facendo quella esperienza si trasforma da "grosso guaio" a motivo di riflessione, premessa di ricostruzione. Realtà e responsabilità Il primo frutto dell'esilio poteva essere proprio il "lasciarsi andare" fatalisticamente; di fronte a questo pericolo il grande appello alla "responsabilità". Nel capitolo 3 ai versetti 17-2, abbiamo con grande evidenza sottolineato il ruolo del profeta-responsabile: "Figlio dell'uomo (…) se io dico al peccatore: "tu devi morire", e se tu non l'avverti, se tu non parli al peccatore per metterlo in guardia contro la sua condotta cattiva, egli morirà per il suo peccato, ma è a te che io domanderò conto del suo sangue (…)". Allora ecco nascere la profezia di Ezechiele che non può far finta di niente, e deve avvertire con gesti e con parole, ed in ogni modo, il popolo in cui vive. Il tema della responsabilità ritorna al capitolo 33, verso la fine della prima parte del messaggio, come un confine nel quale si può comprendere ogni parola del profeta. Sicuramente una delle realtà che oggi rendono difficile vivere delle positive esperienze sociali ed anche ecclesiali, è la difficoltà a prendersi delle responsabilità, un rifiuto, mascherato con l'umiltà, a vivere il ruolo che consiste nell'aiutare gli altri ad accettare la realtà in cui vivono, sia pure realtà di esilio, e a sentirsene responsabili cos' come è e nella necessità che essa si trasformi. Credo che sia l'aspetto della profezia della quale abbiamo più bisogno e quello che più ci manca. Noi abbiamo ridotto la responsabilità ad un ruolo senza passione, e spesso troviamo che i responsabili rispondono più a criteri burocratici che profetici. Ezechiele, nel capitolo 34 fa una requisitoria contro i cattivi pastori, quelli che non hanno a cuore la vita del gregge. Ed è a questo punto che sorge la speranza, Dio stesso pascerà il suo popolo, diventando modello per ognuno che voglia prendersi a cuore la sorte del gregge: "Io stesso pascerò il mio gregge, io stesso lo farò riposare (…). La pecora perduta io la cercherò: quella che si sarà allontanata io la farò tornare (…)". Il buon Pastore che sarà Cristo viene posto come modello perché il gregge non si perda nell'esilio, ma abbia la vita (Lc 15,4-7). Sarà anche interessante notare come Ezechiele parli pure del gregge, e, proprio perché non si pensi che le responsabilità sono solo di qualcuno, dice con molta chiarezza che le pecore devono essere degne del pastore che le vuole pascere con amore, e che nessuno del gregge è giustificato "a dare cornate alle pecore che sono malate, fino a scacciarle fuori dall'ovile". Far rinascere la speranza Stando in esilio, oltre al pericolo del vittimismo che fa fuggire tutti dalla realtà, c'è un altro grande pericolo ed è quello dell'immobilismo, della disperazione. Nascono contro la disperazione le pagine più belle del profeta. Questo passaggio, per molti versi brusco dal richiamo alla responsabilità, dal rimprovero, dall'analisi impietosa,alla richiesta di avere coraggio, di non abbattersi, rendono bellissimo il volto di Dio. Io sono sempre più convinto che per molti prendere sul serio la realtà e le proprie responsabilità, significhi deprimere il prossimo e produrre dosi di acidità eccessive per la capacità di sopportazione del genere umano. Una delle esperienze più deprimenti della nostra società sono quei convegni in cui ci domandiamo disperatamente: "che fare?". Dio non accetta che dalla costatazione del fallimento nasca l'idea della morte. Al popolo che si aggirava in terra d'esilio come in un immenso cimitero della speranza (c. 37) Dio promette il suo spirito di vita: "ed essi rivivranno". Rivivranno relativamente al coraggio che avranno di accettare la novità nella loro vita: "Io vi prenderò fra le nazioni, io vi riprenderò da tutti i paesi e vi ricondurrò sul vostro suolo. Io vi aspergerò con acqua pura e voi sarete purificati, vi purificherò da tutte le vostre impurità e da tutti i vostri idoli. Vi darò un cuore nuovo e metterò dentro di voi uno spirito nuovo; strapperò dal vostro corpo il cuore di pietra e vi metterò un cuore di carne" (Ez 36,24-26). Il coraggio della novità… Non come cambiamento di comportamenti, ma come modo nuovo di essere. Forse Ezechiele ci spinge a pensare che la domanda fondamentale non deve essere: "che cosa facciamo di diverso oggi per poter fare meglio?", ma "come possiamo essere nuovi per essere migliori?". Invocare lo Spirito non per farci venire delle idee; ma perché ci ri-crei. Cambiare gli idoli delle iniziative che soffocano e che non allargano mai la cerchia con un cammino di rinnovamento che possa trasmettere vita nel cimitero della speranza. È ovvio? Speriamo!
PROFETI ELIA: la passione per Dio
di LUIGI VARI, biblista
Nel vangelo di Marco 8,21-30 (Mt 16,13-20 e Lc 9,18-21) Gesù pone ai discepoli il problema della sua identità, e nella risposta che gli viene data relativamente al pensiero della gente abbiamo queste parole: "Alcuni dicono Giovanni il Battista, altri poi Elia ed altri uno dei profeti…" Se poi leggiamo il vangelo di Luca al capitolo 1, al versetto 17, vediamo che l'angelo per dare a Zaccaria l'idea della grandezza del bambino che nascerà da Elisabetta dice: "Camminerà innanzi al Messia con lo Spirito e la forza di Elia, per ricondurre i cuori dei padri verso i figli e i ribelli alla saggezza dei giusti e preparare al Signore un popolo ben disposto". Certamente qualcuno troverà un po' scolastico questo inizio e di conseguenza penserà che se un personaggio suggerisce un tale inizio sarà necessariamente soporifero. Ma pensiamoci: chi sarà mai questo Elia che viene messo in relazione a Gesù Cristo, anzi confuso con Gesù Cristo, e associato a Giovanni il Battista per far capire quello che Giovanni doveva fare? Doveva essere certamente un personaggio ben radicato nella memoria del popolo se il suo nome basta ad evocare ricordi e soprattutto un modo di essere inconfondibile. Di Elia ci parla il primo libro dei Re nei capitoli 17.18.19.20 con una ripresa al capitolo 21. Appare improvvisamente nella Bibbia, in un momento molto difficile per la storia di Israele, intendendo Israele come Nord della Palestina. Infatti nel 931 a.C. il regno di Davide si era diviso in due parti (1Re 12), appunto il Nord (Israele) ed il Sud, con capitale Gerusalemme (Giuda). Dal momento della divisione nascono due storie parallele ed anche due dinastie regali. Quando Elia appare all'orizzonte della storia di Israele è re Acab (874-853 a.C.), il quale per motivi politici sposa una donna che non condivide la fede del popolo, si tratta di Gezabele. Il matrimonio fu una tragedia religiosa in quanto Gezabele allontana Israele dalla fede in Dio, arrivando al punto di far uccidere i profeti di JHWH. La scelta totale di Dio Elia è il profeta che ha il coraggio di reagire alla infedeltà e di richiamare il popolo agli impegni dell'alleanza. Leggendo i capitoli del libro dei Re, che sono stati indicati, abbiamo la possibilità di fare l'incontro con un uomo segnato da una forza e una passione straordinarie che vengono descritte con la parola "zelo per JHWH". La scelta di Dio in maniera totale è la caratteristica delle sue azioni, il significato dei suoi gesti e la fonte del suo coraggio. Se seguiamo Elia nel suo cammino, faremo esperienza di come Dio sia forte in chi ha il coraggio di affrontare la vita costruendola su di Lui. Dio è forte in Elia che predice la carestia per il paese, ma è soprattutto forte provvedendo a che il suo profeta non muoia di fame, ancora più forte quando sceglie di provvedere al suo profeta attraverso la capacità di condivisione di una donna povera. Elia fa l'esperienza di essere portato nella mano di Dio. È l'esperienza di Dio che lo rende quello che è. Possiamo dire che in Elia ci rendiamo conto che l'incertezza che spesso accompagna le nostre azioni, che le rende spesso non incisive nasce dalla debolezza della nostra esperienza di Dio. L'esperienza di Dio, che suppone il coraggio di sfidare Gezabele e di sfidare le varie forme di potere che minacciano la fedeltà a Dio: sarà il pensiero corrente, il modo comune di fare e di dire, lo stesso concetto di buon senso, i volti della schiavitù come si presentano nella nostra vita. Questa esperienza suppone attenzione, perché Dio non è fragoroso come gli intellettuali dei supplementi patinati, non è prevedibile e studiato come uno spettacolo televisivo, non è scontato come i ragionamenti dominanti: "Ci fu un vento impetuoso e gagliardo da spaccare i monti, e spezzare le rocce davanti al Signore, ma il Signore non era nel vento. Dopo il vento ci fu un terremoto, ma il Signore non era nel terremoto. Dopo il terremoto ci fu un fuoco, ma il Signore non era nel fuoco. Dopo il fuoco ci fu il mormorio di un vento leggero. Come l'udì Elia si coprì il volto con il mantello, uscì e si fermò all'ingresso della caverna…" (1Re 19,11-13). Solidale con il popolo L'esperienza di Dio in Elia non riguarda solo lui, diventa impegno verso il popolo, come richiamo forte alla fedeltà: "Fino a quando sarete indecisi su quale strada scegliere: se è il Signore che è Dio, seguitelo, se è Baal, seguitelo". Un impegno che a volte diventa faticoso; la fatica di non vedere risolutivi i propri gesti: 1Re 19,4, e lì l'esperienza di Dio diventa esperienza del Padre del coraggio: "Alzati e mangia", ancora una volta esperienza della debolezza che ha bisogno di essere protetta, e, molto di più, di Dio che non si scandalizza della stanchezza, ma corre a ridare forza. Di Elia, del suo rapporto con il potere, dei suoi miracoli, si potrebbe parlare ancora a lungo; è sembrato però che questa dell'esperienza di Dio possa essere usata come chiave per entrare nel mistero di questo uomo e per entrare anche nel mistero di ognuno di noi e della nostra esperienza di fede. Un'ultima suggestione che questo personaggio ci offre ci viene data dal suo ultimo gesto, quello di gettare il suo mantello su Eliseo, manifestando a lui la vocazione di profeta. A me sembra che questo mantello gettato sulle spalle di un altro sia il segno che meglio può significare la forza, la disponibilità della profezia di Elia. La profezia che passa dall'uno all'altro diventa significativa del cammino della fede, come un cammino solidale di uomini che portano nella storia del mondo la presenza del disegno di Dio.
I PROFETI AMOS: guardarsi attorno
di LUIGI VARI, biblista
Siamo arrivati al nostro quarto appuntamento e questa volta ci incontriamo con un personaggio "strano", non convenzionale. È vero che un profeta, per definizione, non può essere convenzionale; ma Amos, è lui che incontriamo questa volta, è particolarissimo anche per il modo suo di essere e di parlare. J. Asurmendi nella sua opera sui profeti (Il profetismo, dalle origini ai nostri giorni, EP) dice che "definire, per esempio, vacche di Basan le ricche signore di Samaria, non è affatto delicato". Amos è il primo dei "profeti scrittori", questo significa che noi abbiamo, con una buona probabilità, conservato l'eco diretta di alcuni suoi interventi. In genere non abbiamo mai direttamente l'opera dei profeti in quanto tale, ma le parole dei profeti ci giungono attraverso l'opera dei loro discepoli che, maturando l'importanza del loro messaggio, decidevano di conservarlo. Questo procedimento non ci deve sorprendere, è infatti la vita che ci mostra l'importanza delle nostre esperienze che, spesso, quando sono vissute ci sfuggono. Un incontro che porta ad una amicizia, diventa importante e degno di essere ricordato quando l'amicizia è nata. Questo fatto di rileggere alla luce della vita è un cammino assolutamente normale, e la Bibbia non stravolge la regola per cui uomini, guidati dallo Spirito di Dio, mettono per scritto quello che in momenti diversi è stato detto ed è stato vissuto. Per il profeta Amos conserviamo, però, anche brani che riflettono il suo lavoro personale. L'ambiente di Amos è agricolo-pastorale e il profeta vive nella seconda metà del secolo VIII quando al Nord (Israele) regnava Geroboamo e al Sud (Giuda) regnava Ozia. Amos è di origina giudaica cioè del Sud del paese, e porta il suo messaggio al Nord. Il Nord è in una situazione politica di recuperata, anche se illusoria, grandezza ed economicamente è nella ricchezza. Una ricchezza che diventa lusso nei palazzi di Samaria ed arroganza. In questa situazione di autosufficienza, Amos, il contadino di fronte alla città e l'uomo del Sud di fronte al Nord, svolge la sua missione. Presto le sue parole, che evidenziano le contraddizioni di quella società, vengono considerate di troppo disturbo e gli viene impedito di predicare. Lui comincia allora a scrivere e i suoi scritti girano nella cerchia dei sui discepoli. È forse per questo motivo che abbiamo di lui materiale di prima mano. Ora seguiamolo e faremo esperienza della eternità delle parole. Mentre scrivo questo articolo i giornali hanno in prima pagina titoli sulla crisi della politica e della giustizia con una forte domanda sul nostro modello economico, e quindi sulla crisi dell'economia per quanto riguarda la concezione dell'uomo. Amos sembra aiutarci nell'analisi delle esperienze umane, entrandovi e giudicandole, amandole e cogliendone le inevitabili contraddizioni. La crisi della politica La prima parte del suo libro è formata dalla raccolta degli "oracoli" contro le nazioni (capitoli 1 e 2): sono parole che mettono in discussione la politica quando diventa una pura dimostrazione di forza ed un esercizio di potere dove non c'è posto per la pietà; e soprattutto il calcolo del vantaggio non ha considerazione per l'uomo: "hanno deportato popolazioni intere per consegnarle ad Edom (1,6) senza ricordare l'alleanza fraterna" (1,9). È l'uomo che nel messaggio di Amos deve essere limite invalicabile per ogni azione e dunque non c'è posto per "un'ira senza fine" (1,11) e non c'è giustificazione per quelli che per allargare i loro confini "hanno sventrato le donne incinte di Galaad" (1,12). È evidentemente un messaggio secco, dove le considerazioni anestetizzanti non hanno posto. L'uomo profeta è colui che ricorda il limite,che fa memoria della non onnipotenza umana. La mancanza di questa funzione critica, magari desiderata, sarebbe la fine per il popolo (Am 2,6-15). La seconda parte del libro va dal capitolo 3 al capitolo 6 e si apre con un atto di fede nella potenza della parola di Dio, un atto di fede che per il profeta giustifica la sua decisione a parlare e per chi ascolta diventa un ammonimento: "ruggisce il leone chi mai non trema? Il Signore Dio ha parlato, chi può non profetare?". La crisi della giustizia Se l'uomo smette di essere la misura, non c'è più limite per le violenze ed è questo che Amos vede nella società del suo tempo. Sono numerose le situazioni che Amos denuncia: "la doppia casa, il lusso, la giustizia al servizio dei potenti, l'effettiva mancanza di difese per il povero", ma forse la denuncia fondamentale è contro un sistema incapace ormai di mettersi in discussione. Il capitolo 5 è un continuo sottolineare la incapacità a comprendere, la mancanza di forza per cambiare. La conversione diventa unica strada: "cercate il Signore e vivrete" (5,6). Credo a nessuno sfugga una riflessione sulla società odierna che sente il desiderio di cambiare. La via del cambiamento, quella che un credente deve indicare, deve passare attraverso il cuore dell'uomo (5,21-24). Infine, vorrei sottolineare come il discorso di Amos nasce dalla speranza. L'analisi realistica, il guardarsi attorno non è, se questo viene fatto con fede, una rinuncia a sperare. Nel momento stesso in cui Amos si scontra con le autorità, rischia la morte, dice di credere nella possibilità di cambiamento. La difficoltà è proprio quella di far nascere la speranza mentre si fa esperienza di una storia a volte nemica della speranza: ma questo è il senso stesso del cristianesimo. Essere uomini di fede non è negare che Cristo sia morto vittima dell'ingiustizia, ma è affermare che è risorto al di là di ogni ingiustizia. Una fede che rimuova o neghi le difficoltà dell'uomo non è vera e non è mai utile, e meno che mai lo sarebbe per l'uomo di oggi.
I PROFETI GEREMIA: per sradicare e piantare
di LUIGI VARI, biblista
Dobbiamo rifare il punto sulla storia e comprendere così meglio il profeta Geremia. Siamo verso la fine del VII secolo; il regno di Giuda dopo un periodo di passività riprende coraggio, infatti il grande nemico, l'Assiria, è crollato, e come re c'è un uomo religioso ed aperto alle riforme: Giosia, che scuote il popolo dal torpore religioso, politico e sociale nel quale anni di dominazione lo avevano gettato. Giosia, però, muore prematuramente in una battaglia e con lui muoiono i sogni di indipendenza e di riforma. Come spesso accade, il suo successore, suo figlio Ioakim, è il contrario del padre; anche la scena internazionale cambia, all'orizzonte abbiamo la forza emergente di Babilonia. Ioakim non ha la saggezza necessaria per comprendere il tipo di politica da fare, quella del realismo e, nonostante le parole del profeta Geremia, porta il popolo alla rovina che troverà la sua conclusione nell'esilio del popolo e nella distruzione di Gerusalemme. Geremia nasce nel 645, la sua vita è segnata dalla persecuzione e si tenta perfino di assassinarlo. Chiamato a vivere la sua profezia come opposizione ad un potere incapace di pensare al bene del popolo, soffre la solitudine di chi comprende e proclama la verità. Geremia a me pare il segno dell'uomo che ha il coraggio di far entrare nella propria esistenza l'infinito. Forse in questo coraggio sta tutta la sua attualità. L'odierna situazione sociale e politica somiglia molto a quella che vede protagonista il profeta Geremia, spesso siamo oppressi dalla considerazione che nella gestione della politica mancano le idee, e tutti noi ci siamo incontrati con un sistema di cose che mortifica chi vuole costruire restando fedele ad un'idea o ad una fede ed esalta chi si arrangia nell'arte dei compromessi piccoli e grandi. Oggi come ieri costa essere profeti, l'esperienza di Geremia ci indica anche, però, che non è facoltativo esserlo. La sua identità profonda"Prima di formarti nel seno di tua madre, prima che tu uscissi dal suo ventre io ti conoscevo; io ti ho consacrato, io ho fatto di te un profeta per le nazioni" (Ger 1,5). Queste parole sono la premessa di tutta la profezia; essa è costitutiva dell'essere di Geremia, o lui è profeta o non lo è; la profezia è necessaria alla sua vita come il sangue che scorre nelle sue vene e la vocazione è prendere coscienza di questa sua identità profonda. L'essere profeta ha la sua fonte in Dio ed è dalla fonte che la profezia prende la sua efficacia. Geremia dice: "Ah! Signore Dio, io non saprei parlare, io sono troppo giovane" (Ger 1,6), così manifesta una sua impossibilità oggettiva, infatti ci voleva un'età di almeno 30 anni per partecipare alla vita pubblica. Dio riprende le parole di Geremia, comprende la difficoltà che la vita spesso pone alla profezia, non nega questo; ma domanda di credere che chi ti chiama riesce a renderti forte per superare la difficoltà. Non è questione di avere un'autorità che viene dalle cose, l'età, le conoscenze; ma un'autorità che sta nelle cose che si dicono e nella vita che si fa: "Non dire: io sono troppo giovane. Dovunque io ti invio tu devi andare, tutto quello che io ti comando lo devi dire, non avere paura di nessuno, io sono con te per liberarti (…). Sappi che io oggi ti do autorità sulle nazioni e sui re per sradicare e piantare, per mandare in rovina e per demolire, per costruire e per piantare" (Ger 1,7.10). Colui che vigilaChe deve fare concretamente Geremia? Sempre al capitolo 1 nei vv. 11 e 12, abbiamo la famosa visione del mandorlo fiorito. Dio domanda a Geremia di descrivere ciò che vede e lui risponde che vede un mandorlo fiorito. Dio continua dicendo: hai visto bene, sono io che veglio sulla mia parola. La frase si comprende se si pensa che "mandorlo fiorito" si dice in ebraico 'shaqèd' e "colui che vigila" 'shoqèd'. È un gioco di parole che può essere interpretato in più modi, la spiegazione che mi sembra più significativa è quella che fa riflettere sul fatto che a livello di suono non c'è tanta differenza fra shaqèd e shoqèd, ma a livello di contenuto!Vivere la profezia è essere capaci di vedere Dio che vigila sulla storia, attento al compiersi della sua parola, anche quando l'esperienza delle cose che vediamo ci dice tutt'altro. Ritorna ancora il punto cruciale della profezia, insegnare e guardare la storia come storia di salvezza; sia la propria storia personale e sia quella dell'umanità. C'è spesso nelle nostre assemblee cristiane un frettoloso accodarsi a quelli che indicano i tempi che viviamo come tempi sui quali piangere. C'è tutto un precipitarsi a redigere certificati di morte per la storia che viviamo; forse potremmo con più attenzione ripensare la nostra condizione di cristiani, e quindi profeti, nel mostrare e nel creare segni di fiducia nella presenza di Dio. Non è quello che fanno i tanti che invitano alla speranza e che silenziosamente lottano contro la disperazione? Si dirà: "ma stiamo parlando di uomini fuori dalla norma, uomini che vanno diritti per la loro strada. Sono cose belle, ma bisogna essere realisti…", "La profezia… sarebbe bello, ma…". Non è raro sentire giovani che un po' maledicono una visione della vita che li allontana dal compromesso, sono giovani che tante volte hanno la vita più difficile degli altri. Vorrei che insieme pensassimo a quelle parole del profeta quando dice: "Signore tu hai abusato della mia semplicioneria, sì io ero proprio uno stupido: tu con me sei ricorso alla forza e sei arrivato a realizzare i tuoi fini. Tutto il giorno io sono messo in ridicolo, tutti si prendono gioco di me (…) a causa della parola del Signore" (Ger 20,7.8b). Se ci proviamo non riusciamo a contare quante volte noi ne abbiamo pronunciate di simili e quante volte attorno a noi le abbiamo sentite pronunciare. Quando sentiamo parole così, ci è difficile trovare delle risposte: davanti alla lacerazione prodotta dalla percezione che non è l'applauso il risultato di una vita fedele, aperta alla verità o, come dicevamo, all'infinito, non ci sono parole. Geremia trova una risposta, ed è quella che gli viene dalla fede, fede che immediatamente nasce dalle lacrime e sboccia nella lode: "Signore onnipotente, tu che esamini i giusti, tu che vedi i sentimenti e i pensieri, io vincerò, perché a te io rimetto la mia causa. Cantate al Signore, lodate il Signore che libera la vita dei poveri dalla mano dei malfattori" (Ger 20,12-13). Siamo come arrivati sull'orlo dell'abisso: dopo aver incontrato ormai tanti profeti ed aver cercato in loro una traccia per la nostra vita, comprendiamo che la profezia è una questione di fede. Cresce in noi il seme della profezia, quando la contraddizione dell'esistenza non ci porta alla tristezza, ma apre il nostro cuore, diventato silenzioso, alla certezza che Dio non si prende gioco di noi; da questa certezza nasce la gioia che diventa lode. Che Dio non si fa gioco di noi è possibile crederlo, basta guardare una croce; anche lì troviamo la storia di una giustizia che viene distrutta e di un cuore che viene squarciato. Anche lì ascoltiamo il grido doloroso: "Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?" ed anche lì quelle parole sono le prime di un salmo che si conclude sotto il segno della speranza.
PROFETI GIOELE: CON LA FORZA DELLO SPIRITO
di LUIGI VARI, biblista
Il profeta Gioele si colloca nel periodo successivo al ritorno dell'esilio, e dunque in un tempo segnato dalla gioia della ricostruzione ed anche dalle inevitabili incertezze e delusioni di ogni cosa che inizia, siamo forse nel 490 a. C. Un mondo che si smonta, questa potrebbe essere l'immagine simbolo della prima parte del libro del profeta Gioele. Accade qualcosa, un'invasione di cavallette che appare in alcuni passaggi come l'invasione di un esercito. Di qualunque tipo sia l'invasione essa è totale e sistematica:"quello che ha lasciato la cavalletta, la locusta lo divora; quello che ha lasciato la locusta, il bruco lo divora; quello che ha lasciato il bruco, il grillo lo divora" (Gioele 1,4). Effetto di questa invasione è che a tutti viene a mancare il superfluo e il necessario per esistere, manca il vino agli ubriaconi, ma sono anche scomparse offerte e libagioni per la casa del Signore. Se pensiamo al mondo dell'uomo come ad un sistema di relazioni che lo rendono vivibile, allora le immagini del profeta sono radicali in quanto nessun rapporto sembra funzionare più: la terra diventa deserta, l'amore muore, non si può più entrare in rapporto con Dio: affliggetevi contadini, alzate lamenti, vignaioli, per il grano e per l'orzo, perché il raccolto dei campi è andato perduto; la vite è secca, il fico languisce, il melograno, la palma, il melo, tutti gli alberi dei campi sono seccati, è inaridita la gioia fra i figli dell'uomo" (1,11-12). Il giorno del Signore È una distruzione pensata, senza tregua, senza respiro. Leggiamo il capitolo 2 che è la cronaca di un esercito che avanza, è la cronaca di un avvenimento incontrastabile. Che cosa è tutto questo? È il giorno del Signore che viene e si avvicina, è un giorno di tenebre e di oscurità. Il giorno del Signore ha l'effetto di mettere in discussione tutto il sistema dell'autosufficienza umana. È il giudizio di Dio che entra nella storia dell'uomo; il giorno del Signore, più che un tempo violento, sembra essere il tempo in cui tutte le scelte dell'uomo vengono portate alle estreme conseguenze. Noi spesso seminiamo nella nostra vita dei semi di deserto, il giorno del Signore è quando siamo chiamati a fare i conti con le nostre scelte. I semi di morte che seminiamo nella nostra vita quando vi eliminiamo Dio vengono a sbocciare. Allora più che un'azione di Dio, sembra essere una luce violenta che illumina la realtà del cuore dell'uomo e del popolo. Questo giorno, per quanto doloroso, però rimane del Signore, e dunque aperto alla speranza. Non un giorno in cui si fanno i conti, ma un tempo in cui la nudità di cui si fa esperienza spinge verso il Signore perché trasformi questo buio in qualcosa d'altro:"Ora dice il Signore, ritornate a me con tutto il cuore, e con digiuno, pianti e lamenti" (2,12) e ancora "suonate la tromba in Sion, convocate al digiuno, bandite una solennità. Radunate il popolo, convocate la gente, chiamate i vecchi, riunite i fanciulli e quelli che succhiano il latte alle mammelle; esca lo sposo dalla sua camera e la sposa dal suo letto nuziale. Piangano i sacerdoti, i ministri del Signore fra il vestibolo e l'altare e dicano: "perdona, Signore al tuo popolo"" (2,15-17). Lo Spirito è di tutti L'apertura verso il Signore trova una risposta ed è l'effusione dello Spirito su ogni creatura. Il brano dell'effusione dello Spirito è ripreso nel secondo capitolo degli Atti degli Apostoli, quando si racconta l'evento della Pentecoste. In quel giorno, ci dice il profeta Gioele:"io effonderò il mio spirito su ogni creatura e diverranno profeti i vostri figli e le vostre figlie, i vostri anziani faranno sogni, i vostri giovani avranno visioni. Anche sugli schiavi e sulle schiave in quei giorni io effonderò il mio spirito" (Gioele 3,1-2 e At 2,17-21). Chi ha seguito su SE VUOI questo viaggio fra i profeti, si ricorderà che il primo profeta che abbiamo incontrato è stato Mosè e riflettevamo sulle parole di Mosè che diceva: "magari fossero tutti profeti nel popolo!". Essere profeti e vivere il dono dello Spirito non sono due cose diverse. In Gioele il desiderio di Mosè diventa una promessa: "io effonderò il mio spirito su ogni uomo". La storia della salvezza smette di essere affidata esclusivamente a capi carismatici e diventa compito di "ogni uomo", ed ogni uomo può, per il dono dello Spirito, essere protagonista di salvezza; ogni uomo può ricostruire, per quanto gli compete, ciò che è distrutto nelle relazioni che rendono il mondo vivibile. La supplica dell'uomo trova risposta in Dio che indica un tempo, che è poi quello della Chiesa, in cui è comune la capacità di prendersi delle responsabilità. Lo Spirito che è il dono di Cristo nella Pentecoste, entra così nella prospettiva della storia umana. Dal sogno di Mosè, alla promessa di Gioele, al dono di Cristo: una storia che si muove. Forse leggendo i profeti potremmo avere la sensazione di trovarci in un mondo in cui i temi si ripetono e che non cammina mai; Gioele ci aiuta a comprendere questa crescita lenta, ma inesauribile verso la realizzazione della Speranza.
I PROFETI GIONA: mandato alla città
di LUIGI VARI, biblista
Altro personaggio che ritorna nel Nuovo Testamento come significativo per comprendere una situazione è il profeta Giona. Gesù infatti parla di Giona ed interpreta lui stesso il racconto della vita di questo profeta: Mt 16,4; Lc 11,20-30, dove rimprovera l'incredulità dei farisei ricordando il segno di Giona, segno che sarà ancora più chiaro dopo la resurrezione di Cristo. Il segno di Giona sembra aver influito anche sulla professione di fede che abbiamo in Paolo che dichiara che Gesù Cristo è risuscitato dai morti "secondo le scritture" (1Cor 15,4). Il riferimento alle Scritture è con molta probabilità in relazione all'esperienza di Giona che vive tre giorni dentro un pesce; infine Giona viene indicato come il segno della portata universale della predicazione evangelica (Mt 12,41-42). Giona è un personaggio simpatico, c'è molto umorismo nel libro che narra la sua avventura di profeta. Una simpatia che secondo alcuni dipende, più che dalle sua traversie, dal suo messaggio fondamentalmente positivo, portatore di una visione ottimista di Dio. Giona è un personaggio del quale ci parla il libro dei Re (2Re 14,25) collocandolo durante il regno di Geroboamo II, nel regno di Israele negli anni che vedono Israele trovare il suo splendore dal 787 al 747, periodo che vede la presenza anche di altri profeti come Amos ed Osea. La profezia di Giona non ha dei contenuti particolarmente sviluppati, il suo libro è raramente citato quando si parla dei profeti, ma vi è un aspetto della sua profezia che interessa, è un aspetto particolare della profezia, è un aspetto che è presente in tutti i profeti, ma che in lui diventa caratteristico: e cioè il profeta che deve portare la parola di Dio alla città, e ad una città particolare, descritta con elementi simbolici come figura della città degli uomini. Giona ha paura di entrare in città, cerca di scappare. Ma che cosa era questa città, che cosa impedisce al profeta di essere portatore della parola di Dio là dove gli uomini più ne hanno bisogno e dove più sono concentrati? Giona e la grande NiniveLa città della quale ci parla il libro è quella di Ninive, una città favolosamente grande, la malizia dei suoi abitanti "è salita fino a me"; a questa città il profeta deve annunciare il giudizio di Dio. Nel cercare di comprendere il senso della città nella Bibbia, occorre forse sottolineare che essa non riveste immediatamente una grande importanza; inizialmente la città è solamente il luogo nel quale si trova protezione; in un secondo tempo la città diviene sempre più importante, ma nel crescere della città avviene che si perdono le radici di una vita nomade, caratteristica del popolo al tempo del deserto e del primo insediamento nella terra. Nel momento in cui la città si allontana dallo stile di vita che contiene tutti i fondamenti della religiosità del popolo, diventa anche simbolo di un allontanamento più profondo che nella città è simbolizzato, e cioè l'allontanamento dalla alleanza. Non possiamo dimenticare l'episodio di Babele, momento in cui la città diventa monumento dell'uomo che vuole fare a meno di Dio. Questi sono argomenti che andrebbero approfonditi meglio; quello che possiamo notare qui è il rapporto dei profeti con la città; non è un rapporto idilliaco; anzi il profeta spesso entra in conflitto con la città; ma, come nel nostro caso, il conflitto non è con un modo di vivere degli uomini, piuttosto è con i significati sbagliati che questo modo può assumere da parte di chi lo sceglie. La grande Ninive non solo dava sicurezza economica e politica ai suoi cittadini, ma con la sua ricchezza e la sua potenza dava anche il messaggio della inutilità di Dio, o meglio la situazione di sicurezza impigrisce il cuore di quegli abitanti e i loro atti diventano atti pieni di malizia. La città diventa realtà negativa nel momento in cui diventa spiegamento di potenza, occasione di dispotismo, e questo accade quando la convivenza umana smette di fondarsi sulla giustizia; e le sue mura non vengono più considerate come una protezione, ma in esse viene posta la propria speranza e la propria certezza, dimenticando che "se il signore non costruisce la città invano veglia il custode" (Salmo 127,1). Alla città degli uominiNel libro di Giona si avverte che la paura della città è una paura che non ha motivo di esistere, si dice che la città ha solo bisogno di essere richiamata alla sua natura di provvisorietà, cioè deve ritrovare la sua giusta dimensione. Non credo sia inattuale questo discorso soprattutto adesso in cui facciamo esperienza che la politica, l'economia, la sicurezza tecnologica sono conquiste importanti, eppure non tali da darci la sicurezza profonda della quale vivere. Essere profeti per la città non sembra che significhi odiare o condannare la città; ma percorrerla per aiutarla a non dimenticare: "Giona cominciò a percorrere la città per un giorno di cammino e predicava (…), i cittadini di Ninive credettero in Dio e bandirono un digiuno…". Significa guardare la città con gli occhi di Dio, non dimenticando che nella città vivono degli uomini. La città viene infine perdonata e Giona rimane male, Dio non gli risponde, ma fa crescere un ricino per la consolazione del profeta, poi lo fa seccare; Giona protesta, è assurdo prendersela con un ricino, che male ha fatto un ricino? E, allora, Dio risponde: "Tu ti dai pena per quella pianta di ricino per cui non ha fatto nessuna fatica e che tu non hai fatto spuntare, che in una notte è cresciuta e in una notte è perita; ed io non dovrei aver pietà di Ninive, quella grande città nella quale sono più di 120.000 persone che non sanno distinguere fra la mano destra e la sinistra e una grande quantità di animali?".
PROFETI DANIELE: tornare a progettare
di LUIGI VARI, biblista
È tutto scritto o tutto da scrivere? Cioè un uomo deve essere soltanto uno impegnato a fidarsi di un disegno che certamente esiste, e che deve essere solo svelato, oppure è uno che deve essere protagonista del disegno, nel senso che esso dipende pure dalle sue iniziative, dalle sue scelte? Potrebbe essere un po' questa la domanda che viene paragonando due modi di porsi davanti alla storia della salvezza. Il primo modo, cioè quello della fiducia in qualcosa che esiste, è il modo della lettura apocalittica (non ci riferiamo qui all'Apocalisse di s. Giovanni); il secondo modo, quello della ricerca del cambiamento per contribuire al disegno della salvezza, è quello proprio della profezia. Il profeta Daniele rappresenta il passaggio dalla profezia all'apocalittica; per questo motivo molti lo considerano profeta e molti altri no, e ancora il suo posto nella Bibbia è fluttuante a seconda che prevalga l'una o l'altra ipotesi. Il passaggio dalla profezia all'apocalittica lo avevamo notato già in Zaccaria. Si tratta di comprendere questo passaggio non dando un voto di preferenza all'uno o all'altro modo di intendere la salvezza, ma comprendendo il senso dei due modi di pensare. Il profeta vive l'attualità di Dio, lo sente chiaro nella sua vita, la Parola è lì, disponibile, si tratta di lasciarsi giudicare da essa e cambiare tutto quello che c'è da cambiare. La funzione del linguaggio apocalittico invece è quella di portare alla fiducia quando non ci sono motivi per aver fiducia. Allora viene detto: guarda che il Signore rimane fedele e il suo progetto non è votato al fallimento, bisogna resistere. Quello di Daniele è un libro che nasce nel momento in cui l'identità culturale e religiosa del popolo era minacciata dall'Ellenismo, un'operazione culturale che tendeva ad eliminare le peculiarità dei vari pensieri per un pensiero che potesse omologare tutti. L'Ellenismo, refrattario al discorso religioso, soprattutto quello che portava in sé un forte nazionalismo, come nel caso degli Ebrei, vedeva come minaccia ogni abitudine che non rientrasse in schemi internazionali. La categoria della diversità non era presente in quel pensiero, che voleva essere un superpensiero dove ci fossero elementi nei quali ognuno potesse riconoscersi, ma fondamentalmente estraneo a tutti. Anche la lingua manifestava questa mentalità; nasceva infatti un greco semplificato, una specie di inglese per tutti. Riprendere coraggio Gli Ebrei, almeno una parte di essi, non potevano accettare la distruzione della loro identità, e si organizzarono per una resistenza, nota come la resistenza dei Maccabei. In questo periodo nasce anche una letteratura clandestina che circolava per dare coraggio a chi voleva resistere e che doveva essere indecifrabile a chi non facesse parte di una particolare tradizione religiosa; è la letteratura di cui il libro di Daniele è un esempio. Le storie infatti sono ambientate in un periodo antico e si usa un linguaggio allusivo e misterioso. Ecco allora la storia di Daniele che rifiuta di sottostare all'imposizione di trasgredire le leggi alimentari – una delle colonne della cultura religiosa ebraica – (Dn 1), e Dio lo premia, perché, pur mangiando solo legumi, diventa forte e sta bene (Dn 1,15). Poi Daniele deve reagire alla scoraggiante considerazione del popolo ebraico che si vede sempre sottomesso, ed abbiamo il sogno della statua (Dn 2), che invita a vedere il potere umano come qualcosa di fragile che ha i piedi di argilla, gli Ebrei non devono temere, quando il potere che ora li spaventa mostrerà la sua debolezza, allora: "il Dio del cielo farà sorgere un regno che non sarà mai distrutto ed il potere su di esso non sarà lasciato a nessun altro popolo" (2,44). Daniele deve resistere al tentativo di esproprio della sua religiosità ed affronta per questo la prova della fornace (Dn 3), l'affronta cantando ed esprimendo quel brano che tutti conosciamo come il Cantico della creazione (Dn 3,52-90), che ripete la grande fiducia nell'unico potere del quale occorre tener conto, quello di Dio: "lodatelo ed esaltatelo nei secoli, ringraziatelo, perché è buono, perché eterna è la sua misericordia". In un susseguirsi di episodi edificanti come questi, di sogni e di interpretazioni, si esaurisce la prima parte del libro. Lo scopo è unico, infondere nel cuore di quelli che ascoltano la fiducia in Dio, Dio non abbandona quelli che, nonostante tutto, continuano a fidarsi di Lui. Il libro tocca uno dei suoi punti più significativi nel capitolo 7, che contiene la visione del Figlio dell'uomo (o semplicemente "un uomo"): "Io guardavo nelle visioni della notte ed ecco che con le nuvole del cielo veniva come un Figlio d'uomo: arrivò vicino al vegliardo e uno lo condusse alla sua presenza. E gli fu donata sovranità, gloria e regalità e tutti i popoli, nazioni e lingue lo servivano" (Dn 7,13-14)). Siamo in uno dei punti più alti, perché queste parole nella coscienza successiva vengono riferite a Cristo e Cristo le attribuisce a se stesso nel processo davanti a Caifa. Vi è, però, a mio parere, un altro elemento di importanza in questa visione del Figlio dell'uomo, quello d'indicare una via d'uscita concreta al popolo che, sì, veniva difeso da Dio anche se fosse precipitato nella fornace ardente, o gettato nella fossa dei leoni, ma che certo non poteva sempre vivere tra fosse e fornaci. Succedeva che in quella confusione politica e religiosa, in una situazione in cui tutto era uguale ed imperversava una cultura che semplicemente negava tutto quello che sembrava importante, la profezia aveva perso l'energia proprio perché per essere aveva necessità di un punto di riferimento al quale rinviare. Il grido del profeta è: Convertitevi! Ma a chi, avrebbero risposto queste persone, provate da un ciclone come quello dell'Ellenismo! La profezia sembrava in panne. Abbiamo detto all'inizio che allora nasce la letteratura apocalittica, un invito a tenere duro, ma fino a quando? In questa situazione la visione del Figlio dell'Uomo! Cristo viene intravisto come la parola definitiva, il centro della storia, il senso di tutto. Cristo permette di passare di nuovo dalla fase della difesa e della conservazione, in attesa di tempi migliori, alla progettazione di questi. Cioè, Cristo risveglia la profezia diventando parola definitiva e sempre disponibile. Succede che il Figlio dell'uomo, una persona e non un'idea, un essere vivente e non un'usanza, una tradizione, entra nella storia per risolverla. Un popolo di profeti La descrizione del mondo ellenistico non appare molto lontana dalla nostra situazione. Possiamo anche noi fare esperienza di crisi di profezia, cioè di difficoltà di comunicare con le culture, con la mentalità che ci circonda. Possiamo allora anche metterci a resistere, senza che in questo ci sia nulla da biasimare. Rinunciamo alla profezia, cioè all'idea che ci sia una parola di Dio da scovare in questo tempo, un disegno al quale contribuire, per attaccarci all'idea che sicuramente il disegno è nelle mani di Dio e che noi dobbiamo solo limitare i danni. Questo produce l'effetto di una Chiesa in ritirata che qualche volta piazza un colpo vincente, ma…Dobbiamo allora uscire da questa sindrome della conservazione, dall'idea di essere "gelosi custodi" e riscoprire il gusto di profetare, e cioè di indicare il punto di riferimento, ciò che è decisivo, la possibile fuga dall'indifferenza. A me pare che ognuno potrebbe, leggendo il libro di Daniele, fare discernimento sulla propria esperienza ecclesiale e vedere se essa è apocalittica o profetica, sapendo, però, che noi non siamo quelli che intravedono fra le nubi qualcuno che potrebbe essere la risposta, ma siamo quelli che hanno conosciuto la Parola del Padre che si è fatta uno di noi: tesoro da conservare gelosamente, ma soprattutto spinta alla progettazione, ad affrontare la storia, a trasformarla e mai a subirla. In ultima analisi, noi siamo un popolo di profeti, e non siamo per niente giustificati se ci barrichiamo nella consapevolezza che Dio ci ama diventando estranei al mondo che ci circonda. Può accadere, ma sempre e solo come dolorosa emergenza e non come prassi comune.
I PROFETI OSEA: un canto di fedeltà
di LUIGI VARI, biblista
Osea è vissuto nel regno del Nord nella seconda metà del secolo VIII. La situazione politica era molto simile a quella che abbiamo incontrato per Amos che precedo solo di poco Osea. Una situazione che appariva positiva, ma che portava in sé l'annuncio della fine. Osea si trova in una situazione di corruzione morale e religiosamente molto indebolita per la presenza di una idolatria diffusa nel popolo. Il tema degli idoli non è nuovo, ma è nuova la situazione del popolo che non avverte più la esclusività del rapporto con il Dio dei propri padri. La tentazione è quella del compromesso, un rapporto religioso dove gli opposti si incontrano, dove non si sceglie mai. Pensiamo a questa gente che viveva in mezzo a popoli che avevano un modo diverso di pensare la vita, un modo per certi versi anche più pratico, meno problematico; e possiamo anche comprendere il desiderio di garantirsi quella ricetta che rendeva semplice la vita: l'idolatria appunto. Idoli: una tentazione di sempreLa mentalità idolatra tende a rendere assoluto ciò che è solamente un mezzo, molto semplicemente si divinizza tutto quello che immediatamente ci porta un vantaggio o anche un danno. È tutto molto semplice, in questo senso, perché siamo esonerati dal guardare più in là del nostro naso, e possiamo costruirci un mondo che non ci pone problemi, e non perché questi non ci siano, ma solamente perché ci rende incapaci di vederli. La Bibbia infatti parlando degli idoli dice: "hanno bocca e non parlano, hanno occhi e non vedono… sia come loro chi li fabbrica e chiunque in essi confida". Il popolo vorrebbe vivere questo rapporto con il Dio di Mosé, di Abramo, di Isacco e di Giacobbe, in un rapporto molto formale senza tante conseguenze e che salvi le apparenze. È una tentazione di sempre, la tentazione che coglie spesso anche noi, quando pensiamo alla religione come ad un correttivo sociale, ad una cosa che può essere utile, ma che non merita un coinvolgimento serio. Sono altre le cose serie, sono altre le cose che fanno girare il mondo e che quindi devono far girare anche la nostra vita: gli idoli appunto. La logica dell'amoreIl profeta Osea è chiamato a dire la verità alla sua gente, e lo deve fare sposando una prostituta. Con la sua vita deve mostrare quello che pensa e che prova Dio davanti al comportamento del popolo: "và, prenditi in moglie una prostituta e abbi figli di prostituzione, poiché il paese non fa che prostituirsi allontanandosi dal Signore" (1,2). La vita di Osea diventa una presenza vivente del dolore di un amore offeso, e una passione che consuma, segno reale della passione che Dio sente per l'uomo. Non può esistere un rapporto di comodo con il Signore, perché Lui si è impegnato totalmente, come uno sposo si impegna con la sua sposa. Non è questione di idee diverse, ma di un tradimento che ferisce e che, soprattutto, non ha senso. Il capitolo 2 è una delle pagine più belle della Bibbia ed è un canto pieno di doloro e di speranza; il canto di Dio per l'uomo che, in ogni tempo, perde l'orientamento e la speranza. Vi è la descrizione dei pensieri che nascono davanti al tradimento e le soluzioni che vengono in mente per recuperare un amore al quale non si vuole rinunciare. "Accusate vostra madre, accusatela perché essa non è più mia moglie ed io non sono più suo marito. Si tolga dalla faccia i segni delle sue prostituzioni, e i segni del suo adulterio dal suo petto" (2,4). Descrivendo poi il tradimento: "la loro madre si è prostituita, la loro genitrice si è coperta di vergogna. Essa ha detto: "seguirò i miei amanti che mi danno il mio pane e la mia acqua, la mia lana ed il mio lino,il mio olio e le mie bevande" (2,7). Il tradimento è proprio questo: le cose che lei andava cercando era quanto in un matrimonio il marito doveva garantire. Tradire non è cercare qualcosa che non trova da chi dovrei; ma non accorgermi che l'amore che vado cercando, i beni dei quali sento i bisogno sono a mia disposizione. Cercare il significato della nostra vita in mille angoli, rifiutando di prenderlo da Dio, questo è il tradimento. Allora… lo sposo offeso cerca varie soluzioni del tipo: "gliela farò vedere io!", ed abbiamo un quadro della vita dell'uomo qualora Dio si allontanasse da lui (vv. 8-15), è un quadro di disperazione; ma non è la soluzione. Dio rifiuta ogni logica che non sia quella dell'amore, è questa la consapevolezza che ci rende sicuri e capaci di fidarci di Lui. E infatti è la strada dell'amore che viene scelta per ritrovare la sposa infedele: "Perciò, ecco, la attirerò a me, la condurrò nel deserto e parlerò al suo cuore. Le renderò le sue vigne e trasformerò la valle di Acor in porta di speranza. Là canterà come nei giorni della sua giovinezza, come quando uscì dal paese d'Egitto. E avverrà in quel giorno, oracolo del Signore, mi chiamerai marito mio e non mi chiamerai più mio padrone. Le toglierò dalla bocca i nomi dei baal che non saranno più ricordati"(vv. 14-17). È una strada perdente? È LA STRADA DI DIO. È l'unica strada. Capita spesso che le esperienze che ci appaiono più certe di questa, più remunerative ci si presentino con un conto salato, ed è inevitabile, perché chi non ama e chi non ti ama non cerca l'altro, ma solo se stesso. È solo l'amore che cerca e ti cerca per farti "sposa", per trasformare le tue lacrime (questo è uno dei significati della parola Acor), in porta di speranza. Evito, per non cadere in un moralismo da poco, di fare applicazioni; ma Osea ci dice delle cose che devono farci pensare. Vorrei finire con un brano di san Paolo (Rm 5,6-8), proposto dalla Bibbia TOB a commento del messaggio di Osea: "Sì, quando noi eravamo ancora senza forza, Cristo, nel tempo stabilito, è morto per gli empi. Difficilmente si trova qualcuno che accetterebbe di morire per un giusto: forse per un uomo buono uno accetterebbe di morire. Ma in questo Dio prova il suo amore verso di noi: Cristo è morto per noi quando noi eravamo ancora peccatori".
I PROFETI ISAIA: l'incontro con la grandezza
di LUIGI VARI, biblista
Il profeta Isaia, certamente il più famoso tra i profeti, quello che abbiamo più occasione di ascoltare la domenica a Messa, è certamente difficile da presentare. Isaia è complesso, non si legge tutto d'un fiato, ha bisogno di tempo e di studio. Il libro che noi chiamiamo "Isaia" è specchio della complessa attività di questo personaggio e del grande movimento che da esso si è originato. Il libro di Isaia infatti è più una biblioteca che un libro, in quanto contiene tre libri almeno, che gli studiosi chiamano rispettivamente ISAIA, DEUTEROISAIA (secondo Isaia) e TRITOISAIA (terzo Isaia). Questo significa che nel nome di Isaia si è sviluppato un movimento che ha superato la sua vita. Pensare che quest'uomo abbia influito tanto nell'esperienza del suo popolo da essere diventato uno a cui rifarsi, come un caposcuola, ci rende curiosi e ci spinge ad un incontro umile con un personaggio che deve essere stato straordinario. Con gli occhi di Dio Isaia inizia il suo ministero nel 740 e deve averlo esercitato per almeno 40 anni, quando erano re Acaz e poi Ezechia. Anche lui, come tutti, vive la storia del suo tempo e cerca di leggerla con gli occhi di Dio. Vuole che a guidare le scelte del popolo siano criteri profondi, quali quelli della fedeltà all'alleanza, ed inevitabilmente si trova di fronte ad altri modi di lettura che sembrano essere più intelligenti, ma che portano il popolo alla rovina. Quello che colpisce in Isaia è l'intensità dell'esperienza di Dio, visto in tutta la sua grandezza: "io vidi il Signore seduto su un trono molto elevato, la sua gloria riempiva il tempio" (Is 6,1), la grandezza di Dio spaventa il profeta: "io sono perduto, perché un uomo dalle labbra impure io sono ed in mezzo ad un popolo dalle labbra impure io abito" (6,5). La grandezza, però, non è lontananza, Dio è il Santo, ma è il Santo che si preoccupa del suo popolo: "chi manderò e chi andrà per noi?" e che cerca qualcuno che abbia il coraggio di essere sua presenza fra la gente. La grandezza di Dio prima spaventa e poi coinvolge il profeta che accetta: "Eccomi, Signore, manda me". Ogni incontro con Dio è incontro con la grandezza: mai fine a se stessa, ma che ci raggiunge e si impegna con la nostra debolezza per sollevarci. Il profeta è chiamato a lasciarsi coinvolgere da questa grandezza e dunque a condividere con Dio l'amore per il suo popolo, a farsi carico delle difficoltà che il popolo vive e a difenderlo dalle minacce. Il profeta è grande della grandezza di Dio quando diventa presenza che solleva, capacità di farsi carico e di condividere, di essere presente quando Dio ha bisogno di entrare nella storia dell'uomo. Liberarsi dalla pauraIsaia inizia il suo cammino di profeta e scopre che il popolo è segnato dallo scoraggiamento, paralizzato dalla paura. Cerca allora di dare coraggio e si rivolge al re Acaz: "Veglia e stà calmo, il tuo cuore non deve indebolirsi a causa di questi due resti di tizzoni fumanti" (7,4). L'immagine di "tizzone fumante" dice la morte, la debolezza mortale. Dio incoraggia il suo popolo, lo libera dalla paura, invitandolo a guardare con occhio attento il motivo della paura e a rendersi conto che è, per molti versi, ingiustificata. Non è facile, però, liberarsi dalla paura. Si tratta di fare scelte segnate dalla fede,si tratta di avere il coraggio di accantonare i calcoli che ci rendono sicuri. È il dramma di sempre: quanto ci si può fondare su Dio per le scelte che riguardano la nostra vita? Il re è invitato da Isaia a correggere la propria politica e a fidarsi di Dio. Che cosa deve fare un re? Capita spesso di dover notare una sorta di sorriso compassionevole di fronte alla parola di Dio, un sorriso di sufficienza che tende a relegare Dio nella schiera degli ingenui che non faranno mai storia; capita quando si nega alla Parola di illuminare le nostre scelte, quando non si riconosce la possibilità che il punto di vista di Dio possa essere quello giusto anche se contrasta con il nostro giudizio spesso reso debole dalla paura. E quando questo capita, quando neghiamo a Dio la concretezza noi neghiamo la sua grandezza, per cui il profeta afferma: "se voi non vi terrete fermi (se non vi fidate del giudizio di Dio), voi non sarete tenuti fermi" (7,9: lettura della CEI: se voi non crederete non sussisterete), l'alternativa è fra l'essere fondati e l'essere sbattuti da ogni vento. Acaz si trova davanti a questo dilemma, ma Dio non lo lascia solo; lo invita chiedere un segno: "Il Signore parlò ancora ad Acaz in questi termini:"Domanda un segno per te al Signore tuo Dio, domandalo negli abissi o sulla sommità del cielo" . Acaz rispose: "Io non lo domanderò e non metterò il Signore alla prova"(Is 7,10-12). Il segno non è necessariamente un miracolo, è qualcosa di verificabile nel tempo. Acaz viene invitato a scegliere, ma senza rinunciare alla possibile verifica; qui scatta il dramma: il re non vuole nessun segno! La paura che rende il re incapace di decidere per il bene viene scelta come stato di vita, come situazione permanente. A questo punto la storia sembrerebbe chiusa alla speranza, il rifiuto sembra condannare l'uomo alla paura perpetua; la paura, la paralisi diventano incapacità di fare il bene. L'Emmanuele: il segno della fedeltà di DioIsaia, profeta, scopre allora che LA STORIA È DI DIO, che l'uomo è di Dio: "Ascoltami dunque, casa di Davide, è troppo poco per voi affaticare gli uomini, che voi volete affaticare anche il mio Dio? Il Signore vi darà lui stesso un segno, ecco: la Vergine concepirà e partorirà un figlio che chiamerà Emmanuele" (7,10-14). L'Emmanuele è, nella lettura dei Vangeli (Mt 1,23) e della tradizione cristiana, lo stesso Cristo che viene così ad essere il segno della fedeltà di Dio, della speranza, della liberazione dalla paura per l'uomo che cammina ogni giorno aggredito da tanti tipi di tenebra. Cristo è la luce che orienta il cammino:"il popolo che camminava nelle tenebre vide una grande luce: su coloro che abitavano in terre tenebrosa una luce rifulse. Hai moltiplicato la gioia, hai aumentato la letizia (…) poiché un bimbo è nato per noi, ci è stato dato un figlio (…) consigliere ammirabile, Dio potente, Padre per sempre, Principe della pace". Isaia è molto più ricco di quanto non appaia da queste poche righe; ma io penso che in questa parte di profezia che abbiamo incontrato ci siano elementi di grande riflessione per l'attualità della nostra vita. Le domande del re e le sue paure sono spesso anche le nostre, come è nostra a volte la paura, una paura dalla quale ci lasciamo sedurre. Isaia indica la fedeltà di Dio, la speranza, la fiducia come strada di uscita dalla paura e ci invita a verificare vivendo la verità di Dio e delle sue parole; verità che per noi è Cristo. C'è una poesia di Brecht che forse può dare un'idea non solo della tristezza di un cuore senza speranza, ma anche di come sia necessario e grande l'annuncio dell'Emmanuele e della gioia che lo accompagna. "Non vi fate sedurre/ non esiste ritorno/ il giorno sta alle porte,/ già è qui vento di notte./Altro mattino non verrà.// Non vi lasciate illudere/ che è poco, la vita,/ bevetela a gran sorsi/ non vi sarà bastata/ quando dovrete perderla.// Non vi date conforto:/ vi resta poco tempo./ Chi è disfatto marcisca./ La vita è la più grande:/ nulla sarà più vostro.// Non vi fate sedurre/ da schiavitù e da piaghe:/ che cosa vi può ancora spaventare?/ Morire con tutte le bestie./ E non c'è niente dopo". (B. Brecht, Poesie e Canzoni, R. Leiser e F Fortini, 1961 Torino). Con questa poesia concludiamo il nostro incontro con il profeta Isaia lasciando alle sue parole, soprattutto quelle sull'Emmanuele, il compito di dissipare l'angoscia o la tristezza che da questa lettura potrebbe nascere nel nostro cuore
I PROFETI ZACCARIA: dove sta Dio?
di LUIGI VARI, biblista
Nel cammino fatto fin qui, abbiamo parlato spesso della Parola che Dio rivolge al profeta, o al suo popolo. Si ha quasi l'impressione di un filo diretto che permette una comunicazione pienamente soddisfacente. È vero che spesso l'incomprensione entra come parte determinante del rapporto; ma, più che incomprensione, abbiamo parlato di disobbedienza. Può allora nascere un problema in ognuno di noi, un problema fortemente attuale. Noi che non facciamo comunemente esperienza di una parola che ci viene rivolta direttamente, come facciamo ad esercitare il nostro ruolo di profeti? È vero che abbiamo la Bibbia, e nella Bibbia i Vangeli; ma essi non sembrano colmare l'assenza di Dio caratteristica della nostra esperienza di uomini e di donne di inizio secolo XXI. Quelle parole, qualora vengano solo ripetute, ci danno il senso di un'antichità preziosa, mai anticaglia, eppure lontana, più bella, ma meno pratica. È come se ci venisse portata da ammirare una vecchia e preziosa macchina da scrivere, certamente ne riconosceremmo la bellezza, ma mai penseremmo di sostituire con essa il nostro piccolo computer. Possiamo veramente parlare di un "silenzio di Dio", e noi capiamo che cosa sia essere portatori di una parola; ma che cosa significa essere "profeti del silenzio"? Una situazione non dissimile da quella vissuta dal profeta Zaccaria, impegnato nei primi anni del 500 a. C. in mezzo al popolo che era rientrato in patria e si era messo a ricostruire il tempio dopo la lacerante esperienza dell'esilio. L'esilio, comunque si vedano le cose, fu vissuto come esperienza dell'assenza di Dio. Il Tempio, luogo della Gloria di Dio, era distrutto, Gerusalemme, la città di Dio, era devastata, il popolo deportato… dove sta Dio? Se durante l'esilio, come abbiamo visto, ci sono stati profeti che hanno tenuto viva la fede, ora, dopo il ritorno, si rischia l'avvilimento, il "lasciarsi cadere le braccia", perché Dio non parla più. Zaccaria vive in questa situazione la sua profezia che non è negazione della difficoltà, ma fede determinata nel fatto che non è possibile che Dio taccia. Cambiano i modi con cui Dio si fa presente nella nostra vita, ma non possiamo pensare che egli smetta di essere presente. Nasce così la profezia di Zaccaria che si sviluppa in visioni; cioè in simboli da interpretare, in segni da decifrare. Si tratta di credere che le Parola continua ad esserci e sforzarsi di trovarla nei fatti, nelle cose della vita. Dio è presente nella nostra storiaSono otto le visioni della profezia di Zaccaria. La prima visione è quella dei cavalieri (1,8-17), una visione che dà l'impressione che non possa succedere nulla: "Abbiamo percorso tutta la terra: tutta tranquilla" (1,11), al punto che l'angelo del Signore si scoraggia "fino a quando rifiuterai di avere pietà di Gerusalemme (…) sono ormai settanta anni" (1,12). L'esperienza di quiete è, però, illusoria, non è vero che il Signore si dimentica della sua città; infatti laseconda visione mostra le corna egli operai, le corna rappresentano i nemici di Israele, ma ecco è arrivato il momento di distruggere i distruttori, per questo infatti sono mandati gli operai. Il disegno positivo di Dio si chiarisce nella terza visione sempre più segnata dalla speranza, essa mostra una fune per misurare, la fune serve ai muratori per ricostruire le mura; questa ricostruzione è superiore a quella che gli uomini possono desiderare: nuove mura per una città più grande e ancora insufficienti per contenere la gente: "gioisci, esulta, Figlia di Sion, perché, ecco, io vengo ad abitare in mezzo a te (…). Nazioni numerose aderiranno in quel giorno al Signore, e diverranno suo popolo ed egli dimorerà in mezzo a te e tu saprai che il Signore degli eserciti mi ha mandato a te" (2,14-15). La città ricostruita non basta, occorre che essa sia governata e, dopo una quarta visione che parla del sommo sacerdote Giosuè, abbiamo la quinta visione del candelabro e i due olivi, una specie di teoria del buon governo. Si va avanti così fino all'ottava visione, nel tentativo di comprendere i fatti della storia, di non perdere il filo della presenza di Dio, unico filo con il quale è possibile costruire la speranza. Questa speranza viene espressa dai discorsi che fanno da quadro alle visioni. "Cambiare" perché cresca la speranzaNei discorsi (cc. 7 e 8) abbiamo la promessa di un cambiamento: "Gerusalemme sarà chiamata Città della fedeltà e il monte del Signore degli eserciti Monte santo" (8,3), cambiamento che significherà situazione di gioia, nata dall'armonia: "Vecchie e vecchi siederanno ancora nelle piazze di Gerusalemme (cioè si potrà vivere la vita arrivando alla vecchiaia, senza distruzione di giovani vite a causa della violenza), ognuno con il bastone in mano per la loro longevità. Le piazze della città formicoleranno di fanciulli e di fanciulle che giocheranno sulle sue piazze" (8,4-5). Una voglia di tranquillità che nasce da una pace realizzata, è il modo con cui il popolo del paese ha voglia di Dio. Una tranquillità per nulla statica, ma che nasce da un cambiamento totale, infatti il cambiamento del nome (Gerusalemme sarà chiamata Città della fedeltà) indica, per la legge che in Oriente il nome identifica la persona, la nascita di una reale novità. Cambiare, questa è la condizione per far crescere la storia in chiave di speranza. Cambiare: "ecco che cosa dovete fare: parlate con sincerità ciascuno con il suo prossimo: veraci e sereni siano i giudizi che terrete alle porte delle vostre città (la porta è un po' la piazza della città, là ci si incontrava, si facevano affari e si tenevano anche giudizi, come in un tribunale)" (8,16). Cambiare diventa un imperativo e una responsabilità di ciascuno. Queste parole che abbiamo ora letto potrebbero essere pronunciate con grande attualità, nelle nostre piazze. Ma chi crede che veramente si possa cambiare? Chi pensa che rapporti limpidi possano sostituirsi alle manovre torbide che andiamo leggendo sui giornali e che sappiamo essere, al di là delle finte meraviglie, una questione assolutamente ordinaria? Nel turbine dello scarico delle responsabilità, mentre i beneficiari di una società gestita con criteri spesso indecorosi, si aggirano come se fossero arrivati solo adesso, risuona forte il comando di Zaccaria: "ciascuno…". Io penso che essere uomini di fede, oggi, sia accogliere quell'invito a cambiare, sia rifiutare il compromesso, la furbizia, il depravato meccanismo delle "conoscenze", per avere rapporti limpidi. Ecco ancora la parola, la profezia che ci disorienta. Ancora la difficoltà di scegliere fra speranza: seguire la Parola, e disperazione: seguire "il proprio buon senso"… Eppure sentiamo l'urgenza di dare credito alla Parola, sentiamo l'urgenza di dover dare questa testimonianza. Se noi crediamo che oggi il desiderio di Dio diventa desiderio di cambiamento, dobbiamo permettere a chi cerca di trovare, allora… "in quei giorni dieci uomini di tutte le lingue afferreranno un giudeo per il lembo del mantello e gli diranno: Vogliamo venire con voi perché abbiamo compreso che Dio è con voi" (8,23). Lo troveranno in qualcuno di noi un "giudeo" che si lasci afferrare il mantello? Solo nella misura in cui ciascuno di noi deciderà di cambiare.
Introduzione
Ho realizzato questo piccolo studio perché mi sono reso conto che c’è una grande
confusione in merito al ministerio profetico ed ai falsi profeti. In questo tempo della chiesa
Dio sta restaurando il ministero profetico nella nostra nazione e quindi nasceranno molti
profeti che saranno prontamente soggetti ad attacchi e critiche. Il problema più grosso
sarà che i ministeri profetici emergenti saranno soggetti a sbagliare per inesperienza e/o a
causa di una cura ministeriale mancante o inadeguata. Potremmo quindi perdere, a causa
della nostra impreparazione a ciò che Dio sta facendo, le benedizioni che Dio sta
elargendo nelle nostre comunità o dare spazio al diavolo a causa della troppa permissività.
L’altro problema infatti sarà l’insorgere di molti falsi profeti perché quando Dio fa una cosa
nuova ci si trova sempre di fronte ad una opera diabolica di imitazione.
Come comprendere dunque se ci si trova di fronte ad un errore di inesperienza o di
imprecisione di un vero profeta o se ci si trova di fronte ad un falso profeta ?
Cercheremo in questo studio di fare delle importanti considerazioni alla luce della parola di
Dio
Considerazione n° 1 – Un falso profeta può profetizzare qualcosa che si avvera ed
essere accompagnato da segni, miracoli e prodigi. Infatti leggiamo:
Deuteronomio 13:1-5 Quando sorgerà in mezzo a te un profeta o un sognatore che ti annunzia un segno o un prodigio,
e il segno o il prodigio di cui ti avrà parlato si compie, ed egli ti dice: «Andiamo dietro a dèi stranieri, che tu non hai
mai conosciuto, e serviamoli», tu non darai retta alle parole di quel profeta o di quel sognatore, perché il SIGNORE, il
vostro Dio, vi mette alla prova per sapere se amate il SIGNORE, il vostro Dio, con tutto il vostro cuore e con tutta
l'anima vostra. Seguirete il SIGNORE, il vostro Dio, lo temerete, osserverete i suoi comandamenti, ubbidirete alla sua
voce, lo servirete e vi terrete stretti a lui. Quel profeta o quel sognatore sarà messo a morte, perché avrà predicato
l'apostasia dal SIGNORE Dio vostro che vi ha fatti uscire dal paese d'Egitto e vi ha liberati dalla casa di schiavitù, per
spingerti fuori dalla via per la quale il SIGNORE, il tuo Dio, ti ha ordinato di camminare. Così toglierai il male di
mezzo a te.
Marco 13:21-23 Allora, se qualcuno vi dice: "Il Cristo eccolo qui, eccolo là", non lo credete; perché sorgeranno falsi
cristi e falsi profeti e faranno segni e prodigi per sedurre, se fosse possibile, anche gli eletti. Ma voi, state attenti; io vi
ho predetto ogni cosa.
Matteo 24:23-27 Allora, se qualcuno vi dice: "Il Cristo è qui", oppure: "È là", non lo credete; perché sorgeranno falsi
cristi e falsi profeti, e faranno grandi segni e prodigi da sedurre, se fosse possibile, anche gli eletti. Ecco, ve l'ho
predetto. Se dunque vi dicono: "Eccolo, è nel deserto", non v'andate; "eccolo, è nelle stanze interne", non lo credete;
infatti, come il lampo esce da levante e si vede fino a ponente, così sarà la venuta del Figlio dell'uomo.
Quindi la Bibbia ci insegna che se si avverano delle profezie non è detto che la persona
che ha profetizzato sia realmente un profeta e non è detto che il messaggio venga
veramente da Dio. Bisogna fare molta attenzione ai falsi profeti perché sono strumenti del
diavolo per allontanare le persone da Dio. Il cristiano infatti deve seguire Gesù Cristo, non
i miracoli.
Considerazione n° 2 – Un falso profeta può profetizzare da parte di Dio
Sembra irreale ma è qualcosa che può accadere occasionalmente. Balaam era un
indovino, un mago che malediceva le persone a pagamento, ma leggiamo che profetizzo
da parte di Dio:
Numeri 23:4-5 Dio venne incontro a Balaam, e Balaam gli disse: «Io ho preparato i sette altari e ho offerto un toro e un
montone su ciascun altare». Allora il SIGNORE mise delle parole in bocca a Balaam e gli disse: «Torna da Balac e
parla così».
Questo significa che Dio usa chi vuole, come vuole, quando vuole e l’essere usati da Dio
non è una garanzia di essere nella perfetta volontà di Dio. Infatti non tutti quelli che
profetizzano nel nome del Signore saranno salvati:
Matteo 7:21-23 «Non chiunque mi dice: Signore, Signore! entrerà nel regno dei cieli, ma chi fa la volontà del Padre
mio che è nei cieli. Molti mi diranno in quel giorno: "Signore, Signore, non abbiamo noi profetizzato in nome tuo e in
nome tuo cacciato demòni e fatto in nome tuo molte opere potenti?" Allora dichiarerò loro: "Io non vi ho mai conosciuti;
allontanatevi da me, malfattori!"
Questo verso ci aiuta anche a considerare che la cosa più importante nella vita di un
profeta non è il suo ministero ma il suo rapporto personale con Dio. Noi dobbiamo
conoscere Dio e Dio deve conoscere noi.
Considerazione n° 3 – Un vero profeta può fare una falsa profezia
Ebbene anche questo può succedere :
1Re 13:18 L'altro gli disse: «Anch'io sono profeta come te; e un angelo mi ha parlato per ordine del SIGNORE, dicendo:
"Riportalo con te in casa tua, perché mangi del pane e beva dell'acqua"». Egli mentiva.
In questo caso il giovane profeta pagò con la propria vita la sua inesperienza. Il problema
fu che il giovane profeta decise di credere ad un profeta più anziano di lui piuttosto che a
ciò che Dio gli aveva detto. E’ da notare che in questo verso il profeta anziano mente
comunicando nel nome del Signore qualcosa che Dio non ha mai detto; in maniera quasi
assurda, nei versi successivi profetizza da parte di Dio:
1Re 13:20-22 Mentre sedevano a tavola, la parola del SIGNORE fu rivolta al profeta che aveva fatto tornare indietro
l'altro; ed egli gridò all'uomo di Dio che era venuto da Giuda: «Così parla il SIGNORE: "Poiché tu ti sei ribellato
all'ordine del SIGNORE, e non hai osservato il comandamento che il SIGNORE, tuo Dio, t'aveva dato, e sei tornato
indietro, e hai mangiato del pane e bevuto dell'acqua nel luogo del quale egli t'aveva detto: Non vi mangiare del pane e
non vi bere dell'acqua, il tuo cadavere non entrerà nella tomba dei tuoi padri"».
Dobbiamo quindi giudicare le profezie, da chiunque esse vengano e non accettare nulla
per oro colato:
1Corinzi 14:29 Anche i profeti parlino in due o tre e gli altri giudichino;
Considerazione n° 4 – Il vero profeta può dare una vera profezia in maniera
inesatta
In questo caso il messaggio principale della profezia e la sua efficacia non sono
compromessi. Leggiamo alcuni esempi:
1 Re 14:6-12 Quando Aiia udì il rumore dei passi di lei che entrava per la porta, disse: «Entra pure, moglie di
Geroboamo; perché fingi d'essere un'altra? Io sono incaricato di dirti delle cose dure. Va' e di' a Geroboamo: Così parla
il SIGNORE, Dio d'Israele: Io ti ho innalzato in mezzo al popolo, ti ho fatto principe del mio popolo Israele. Ho
strappato il regno dalle mani della casa di Davide e l'ho dato a te. Ma tu non sei stato come il mio servo Davide il quale
osservò i miei comandamenti e mi seguì con tutto il suo cuore, facendo soltanto ciò che è giusto ai miei occhi. Tu hai
fatto peggio di tutti quelli che ti hanno preceduto, e sei andato a farti degli altri dèi e delle immagini fuse per
provocarmi a ira e hai gettato me dietro alle tue spalle. Per questo io faccio piombare la sventura sulla casa di
Geroboamo, e sterminerò la casa di Geroboamo fino all'ultimo uomo, tanto chi è schiavo come chi è libero in Israele, e
spazzerò la casa di Geroboamo, come si spazza lo sterco finché sia tutto sparito. Quelli di Geroboamo che moriranno in
città, saranno divorati dai cani; e quelli che moriranno nei campi, saranno divorati dagli uccelli del cielo; poiché il
SIGNORE ha parlato. Quanto a te, àlzati, va' a casa tua; non appena avrai messo piede in città, il bambino morrà
Il verso 12 dice “non appena avrai messo piede in città, il bambino morrà” ma ciò avvenne
non appena la donna mise piede in casa sua. Anche se ci fu un piccolo errore di
inesattezza (fatto da un profeta con molta esperienza) il contenuto del messaggio e la sua
efficacia non ne furono intaccati.
Nel nuovo testamento leggiamo:
Atti 21:11 Venuto da noi, egli prese la cintura di Paolo, si legò mani e piedi, e disse: «Questo dice lo Spirito Santo:
Così legheranno i Giudei a Gerusalemme l'uomo a cui appartiene questa cintura e lo consegneranno nelle mani dei
gentili».
Atti 21:33 Allora il tribuno si avvicinò, prese Paolo, e ordinò che fosse legato con due catene; poi domandò chi fosse e
che cosa avesse fatto.
Agabo profetizzo che Paolo sarebbe stato legato dai giudei ed invece fu legato dai romani.
Il centro del messaggio era sicuramente il fatto che Paolo sarebbe stato legato cio' non vuol dire che Agabo
fosse un falso profeta
Considerazione n° 5 – Il vero profeta può profetizzare accompagnato da segni
miracoli e prodigi ancora oggi. Il ministero profetico è di importanza fondamentale
per la giusta crescita della chiesa
Efesini 4:11-16 È lui che ha dato alcuni come apostoli, altri come profeti, altri come evangelisti, altri come pastori e
dottori, per il perfezionamento dei santi in vista dell'opera del ministero e dell'edificazione del corpo di Cristo, fino a
che tutti giungiamo all'unità della fede e della piena conoscenza del Figlio di Dio, allo stato di uomini fatti, all'altezza
della statura perfetta di Cristo; affinché non siamo più come bambini sballottati e portati qua e là da ogni vento di
dottrina per la frode degli uomini, per l'astuzia loro nelle arti seduttrici dell'errore; ma, seguendo la verità nell'amore,
cresciamo in ogni cosa verso colui che è il capo, cioè Cristo. Da lui tutto il corpo ben collegato e ben connesso mediante
l'aiuto fornito da tutte le giunture, trae il proprio sviluppo nella misura del vigore di ogni singola parte, per edificare sé
stesso nell'amore.
La chiesa ancora oggi non è arrivata all’unità della fede né alla statura perfetta di Cristo.
Ancora oggi più che mai abbiamo bisogno di apostoli, profeti, evangelisti, pastori e dottori.
Tutti e cinque questi ministeri ci sono stati dati per il perfezionamento dei santi, in vista
dell’opera del ministero e per l’edificazione del corpo di Cristo. Se rifiutiamo qualcuno di
questi ministeri non ci perfezioneremo mai, non raggiungeremo mai la statura di Cristo. Il
solo ministero pastorale non è di per se sufficiente al perfezionamento dei santi ma
abbiamo bisogno di tornare a credere nel principio biblico di corpo di Cristo. Paolo
scriveva:
1Corinzi 12:27-31 Ora voi siete il corpo di Cristo e membra di esso, ciascuno per parte sua. E Dio ha posto nella chiesa
in primo luogo degli apostoli, in secondo luogo dei profeti, in terzo luogo dei dottori, poi miracoli, poi doni di
guarigioni, assistenze, doni di governo, diversità di lingue. Sono forse tutti apostoli? Sono forse tutti profeti? Sono forse
tutti dottori? Fanno tutti dei miracoli? Tutti hanno forse i doni di guarigioni? Parlano tutti in altre lingue? Interpretano
tutti? Voi, però, desiderate ardentemente i carismi maggiori!
In definitiva non possiamo isolarci credendo di potere fare tutto da soli, abbiamo bisogno
gli uni degli altri ed in particolare abbiamo bisogno dei ministeri e dei doni dello Spirito che
Dio ha dato agli altri per il semplice motivo che essi sono diversi dai nostri.
Quindi ricapitolando la Bibbia ci testimonia che possiamo avere i seguenti casi:
1) Un falso profeta che fa una falsa profezia
2) Un falso profeta che fa una vera profezia
3) Un vero profeta che fa una falsa profezia
4) Un vero profeta che fa una vera profezia inesatta
5) Un vero profeta che fa una vera profezia
Domanda: - Come fare dunque a comprendere se una persona è un falso profeta
oppure no ?
Innanzitutto dobbiamo comprendere che Dio ci chiama a giudicare le profezie (diakrinô=
determinare, dare un giudizio, discriminare) ma non ci chiama mai a giudicare i profeti. Dai
falsi profeti bisogna “guardarsi” (prosechô= essere attenti, prestare attenzione) ed inoltre la
Bibbia ci esorta a “provare” (dokimazô= esaminare, verificare, scrutare, riconoscere come
genuino dopo un esame, approvare) gli spiriti per sapere se vengono da Dio:
Matteo 7:15-20 «Guardatevi dai falsi profeti i quali vengono verso di voi in vesti da pecore, ma dentro sono lupi rapaci.
Li riconoscerete dai loro frutti. Si raccoglie forse uva dalle spine, o fichi dai rovi? Così, ogni albero buono fa frutti
buoni, ma l'albero cattivo fa frutti cattivi. Un albero buono non può fare frutti cattivi, né un albero cattivo far frutti
buoni. Ogni albero che non fa buon frutto è tagliato e gettato nel fuoco. Li riconoscerete dunque dai loro frutti.
1Giovanni 4:1 Carissimi, non crediate a ogni spirito, ma provate gli spiriti per sapere se sono da Dio; perché molti falsi
profeti sono sorti nel mondo.
Per giudicare le profezie, il Signore ha provveduto il dono del discernimento degli spiriti
che ha appunto il compito di discernere sulle manifestazioni spirituali individuandone la
fonte: umana, divina o diabolica. Se questo dono non è presente nella comunità bisogna
richiederlo con urgenza.
La profezia deve inoltre essere sempre conforme alla parola di Dio anche se quest’ultima
condizione è necessaria ma non sufficiente a discernere una profezia infatti può
tranquillamente accadere che una profezia sia completamente conforme alla parola di Dio
senza tuttavia provenire da Dio.
I falsi profeti invece sono contraddistinti da una caratteristica determinante: sono vestiti da
pecore ma dentro sono lupi rapaci:
Matteo 7:15-20 «Guardatevi dai falsi profeti i quali vengono verso di voi in vesti da pecore, ma dentro sono lupi rapaci.
Li riconoscerete dai loro frutti. Si raccoglie forse uva dalle spine, o fichi dai rovi? Così, ogni albero buono fa frutti
buoni, ma l'albero cattivo fa frutti cattivi. Un albero buono non può fare frutti cattivi, né un albero cattivo far frutti
buoni. Ogni albero che non fa buon frutto è tagliato e gettato nel fuoco. Li riconoscerete dunque dai loro frutti.
Questo significa che anche se un falso profeta manifesterà una apparente umiltà e santità,
in realtà, egli avrà una vita piena delle opere della carne. Un vero profeta, come d’altronde
ogni vero ministro di Dio, dovrà necessariamente manifestare e vivre una vita ripiena dei
frutti dello Spirito Santo:
Galati 5:19-21 Ora le opere della carne sono manifeste, e sono: fornicazione, impurità, dissolutezza, idolatria,
stregoneria, inimicizie, discordia, gelosia, ire, contese, divisioni, sètte, invidie, ubriachezze, orge e altre simili cose;
circa le quali, come vi ho già detto, vi preavviso: chi fa tali cose non erediterà il regno di Dio
Galati 5:22-25 Il frutto dello Spirito invece è amore, gioia, pace, pazienza, benevolenza, bontà, fedeltà, mansuetudine,
autocontrollo; contro queste cose non c'è legge. Quelli che sono di Cristo hanno crocifisso la carne con le sue passioni e
i suoi desideri. Se viviamo dello Spirito, camminiamo anche guidati dallo Spirito.
Oltre a questo, ogni spirito che non viene da Dio tende a non riconoscere Gesù:
1Giovanni 4:2-3 Da questo conoscete lo Spirito di Dio: ogni spirito, il quale riconosce pubblicamente che Gesù Cristo
è venuto nella carne, è da Dio; e ogni spirito che non riconosce pubblicamente Gesù, non è da Dio, ma è lo spirito
dell'anticristo. Voi avete sentito che deve venire; e ora è già nel mondo.
Il termine tradotto con “non riconosce pubblicamente” è homologeô che significa non solo
riconoscere ma anche “lodare” e “celebrare”.
Questo significa che un falso profeta tenderà non solo a non riconoscere pubblicamente
Gesù Cristo e la sua opera su questa terra ma non lo loderà e non lo celebrerà col tutto il
cuore. In definitiva darà gloria a se stesso e non a Dio.
Quindi se nella vita di una persona non vediamo una testimonianza conforme alla parola di
Dio anzi addirittura vediamo una testimonianza che manifesta le opere della carne ed una
tendenza a dare gloria a se stesso invece che a Dio allora dobbiamo avere seri dubbi sulla
sua chiamata ministeriale. Dobbiamo inoltre giudicare i frutti del suo ministero. Se in
seguito alle profezie, alle predicazione profetiche e/o alla ministrazione ci accorgiamo che
ciò ha portato un frutto gradito a Dio allora possiamo essere certi di essere di fronte ad un
vero profeta mentre se accade l’esatto contrario stiamo con molta probabilità avendo a
che fare con un falso profeta
I falsi profeti sono anche quelli che parlano in nome di altri dei o di altri spiriti ed anche
quelli che hanno la presunzione di dire in nome del Signore qualcosa che Egli non ha mai
detto :
Deuteronomio 18:20-22 Ma il profeta che avrà la presunzione di dire in mio nome qualcosa che io non gli ho
comandato di dire o che parlerà in nome di altri dèi, quel profeta sarà messo a morte». Se tu dici in cuor tuo: «Come
riconosceremo la parola che il SIGNORE non ha detta?» Quando il profeta parlerà in nome del SIGNORE e la cosa non
succede e non si avvera, quella sarà una parola che il SIGNORE non ha detta; il profeta l'ha detta per presunzione; tu
non lo temere.
Molti prendono spunto da quest’ultimo passo (Dt 18:20-22) per dire che quando una
profezia non si avvera ci troviamo di fronte ad un falso profeta ma non è sempre così.
Dobbiamo considerare che nella Bibbia ci sono profezie da parte di Dio che non si sono
avverate. Ad esempio Giona profetizzo la distruzione della città che poi non avvenne :
Giona 3:4 Giona cominciò a inoltrarsi nella città per una giornata di cammino e proclamava: «Ancora quaranta giorni, e
Ninive sarà distrutta!»
Ezechia doveva morire ma non morì :
2Re 20:1 In quel tempo Ezechia si ammalò di una malattia che doveva condurlo alla morte. Il profeta Isaia, figlio di
Amots, andò da lui, e gli disse: «Così parla il SIGNORE: Dà i tuoi ordini alla tua casa; perché tu morirai; non guarirai».
Infatti grazie alla sua preghiera le cose cambiarono:
2Re 20:2-5 Allora Ezechia voltò la faccia verso il muro e pregò il SIGNORE, dicendo: «SIGNORE ricòrdati, ti prego,
che ho camminato davanti a te con fedeltà e con cuore integro, e che ho fatto ciò che è bene ai tuoi occhi». Ezechia
scoppiò in un gran pianto. Isaia non era ancora giunto al centro della città, quando la parola del SIGNORE gli fu rivolta
in questi termini: «Torna indietro, e di' a Ezechia, principe del mio popolo: "Così parla il SIGNORE, Dio di Davide tuo
padre: Ho udito la tua preghiera, ho visto le tue lacrime; ecco, io ti guarisco; fra tre giorni salirai alla casa del
SIGNORE.
Questo significa che spesso dietro alle profezie non adempiute possono esserci altre
spiegazioni a noi nascoste. E’ importante notare come il verso 18 parla di “presunzione di
parlare” quindi ci troviamo comunque di fronte alla manifestazione delle opere della carne
che come già detto sono un metro di misura molto efficace. Molti infatti profetizzavano per
proprio tornaconto personale o per interesse o addirittura rubavano le parole gli uni agli
altri :
Geremia 23:30 Perciò, ecco», dice il SIGNORE, «io vengo contro i profeti che rubano gli uni agli altri le mie parole.
Oltre a questo dobbiamo anche constatare che molti ritengono che un vero profeta non
sbagli mai una profezia. C’è infatti nella nostra nazione questa strana concezione del
ministero profetico: è l’unico ministero che non sbaglia mai.
In Italia è permesso sbagliare a tutti i ministeri; abbiamo pastori che possono sbagliare la
loro pastura, dottori che possono sbagliare i loro insegnamenti, evangelisti che possono
sbagliare nelle predicazioni, perfino gli apostoli possono sbagliare ma i profeti no! Questa
è ovviamente una falsa concezione perché come tutti i ministeri anche il profeta può
sbagliare soprattutto quando è all’inizio del ministero ed è ancora inesperto. Per questo
motivo la bibbia ci insegna a giudicare sempre le profezie da chiunque esse vengano:
1Corinzi 14:29 Anche i profeti parlino in due o tre e gli altri giudichino;
1Corinzi 2:14-15 Ma l'uomo naturale non riceve le cose dello Spirito di Dio, perché esse sono pazzia per lui; e non le
può conoscere, perché devono essere giudicate spiritualmente. L'uomo spirituale, invece, giudica ogni cosa ed egli
stesso non è giudicato da nessuno
Se quindi ci troviamo di fronte ad una profezia non adempiuta dobbiamo agire con molta
cautela e saggezza perché potremmo trovarci di fronte ad un falso profeta oppure di fronte
ad un errore di imprecisione; potrebbe essere che Dio, a causa di una preghiera, ha
cambiato la sua volontà oppure potrebbe essere un errore di inesperienza. E’ perciò
importante pregare e digiunare molto affinché sia sempre ma soprattutto in questi casi lo
Spirito Santo a guidare i nostri passi e le nostre decisioni.
L’approvazione
Chi vive nel ministero profetico è necessariamente soggetto a più giudizi e critiche di
qualunque altro ministero ma dobbiamo ricordarci sempre ciò che disse il Signore:
Luca 6:26 Guai a voi quando tutti gli uomini diranno bene di voi, perché i padri loro facevano lo stesso con i falsi
profeti.
Se ci sono troppi applausi, troppi complimenti, se tutte le persone dicono bene di noi allora
dobbiamo seriamente preoccuparci perché potremo essere proprio dei falsi profeti.
Conclusioni finali
Dio è grande e misericordioso nel concederci ancora oggi di avere in mezzo a noi persone
profetiche che hanno il coraggio e la fede di rispondere alla chiamata di Dio, servitori che
sono di grande edificazione e benedizione per la chiesa e sono inoltre strategici nell’opera
del Signore. Dobbiamo perciò essere pronti e preparati ad accoglierli nelle nostre chiese
aprendo le porte a quelli che vengono da altre comunità (anche se non sono della nostra
stessa denominazione) preparandoci a discepolare correttamente e nella maniera giusta
coloro che Dio sta suscitando in mezzo alle nostre assemblee.
FRANCESCO PETRARCA
attenzione!!! Innanzitutto dobbiamo comprendere che Dio ci chiama a giudicare le profezie (diakrinô= determinare, dare un giudizio, discriminare) ma non ci chiama mai a giudicare i profeti. DaI falsi profeti bisogna “guardarsi” (prosechô= essere attenti, prestare attenzione) ed inoltre la Bibbia ci esorta a “provare” (dokimazô= esaminare, verificare, scrutare, riconoscere come genuino dopo un esame, approvare) gli spiriti per sapere se vengono da Dio. MA COME AL SOLITO CI SONO MINISTRI CHE GIUDICANO CON MOLTA LEGGEREZZA DEI PROFETI SENZA AVERE LA NECESSARIA CONOSCENZA RIGUARDO QUESTO TEMA, CONSIGLIEREI LORO DI STUDIARE ATTENTAMENTE LA BIBBIA!!!
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